Si pose a sfogliare le rose, lasciandone cadere i petali nella cassa, come una pioggia delicata; buttò via gli steli nudi e verdi. Poi sfogliò i gelsomini che le cadevano fra le dita, lievi ed olezzanti. Rimase a guardare l'opera sua, tutta sorridente. Zia Angiolina crollava il capo con la sua grand'aria sentimentale. Che faceva il ventaglio nero, laggiù, nell'oscurità? Si era chiuso, con una discesa secca come una risata sardonica. Cecilia, quasi fosse stata sorpresa in una contemplazione poetica e puerile, arrossì. Stette immobile, lo sguardo vagante, distratta, cercando qualche cosa da fare o da dire. Poi si dette di nuovo all'opera sua.
--Cesare, Cecilia, non vanno bene insieme?--mormorava.
--Vi è una fatalità nei nomi--rispose gravemente la zia.
--Ancor questa fatalità. La mettete dappertutto, zia. Mi rattrista, ve lo assicuro. Ascoltate, zia: ho da domandarvi due cose gravissime, di una importanza eccezionale. Credete voi, zia, che quando non avremo nessuno a pranzo, io posso scendere in veste da camera ed in pianelle? Credete voi che Cesare sia innamorato di me?
--Debbo rispondere alla prima o alla seconda domanda?
--Sono egualmente interessanti, ma via, rispondete alla seconda.
--È cosa triviale citare un proverbio, ma questo qui l'ho fatto io. Chi ama bene, sposa presto. Da quanto tempo conosci Cesare?
--Da un anno; da sei mesi mi fa la corte, da tre mesi è mio fidanzato.
--Secondo i calcoli matematici, Cesare è innamorato di te.
--N'ero convinta avanti di chiedervelo, zia. Era così innamorato di voi, lo zio Astolfo?