Ma gli amici e le amiche rientravano nel salone: si combinava, per la sera seguente, una gita per mare, con due barchette, con musica. Non era meglio aspettare che venisse la luna? Ma no, le gite con la luna sono volgari, non si ha paura di nulla, ci si vede troppo chiaro: è meglio andare nella notte, come la barchetta degli amanti. Questo dicevano le signore: i signori proponevano di portare la cena. Sulla soglia della porta, verso il terrazzo, Paola disse a Fulvio, da lontano:

--Siete anche voi della gita?

--No, no, sentite...--disse lui, con voce soffocata.

Ma ella non uscì sul terrazzo. Qualche signora parlava di andar via: ma per trattenere gli invitati ancora un poco, Sofia si mise a cantare il waltzer dell'Ombra, nella Dinorah. La gente, in piedi, ascoltava: ma la breve voce simpatica della fanciulla non arrivava a eseguire quei trilli complicati, quelle risposte dell'eco. Sibbene ella cantava quel waltzer come se piangesse: e invero quella musica, che è il pianto di una illusione, pareva un singulto di dolcissima follìa.

--Datemi il mio ventaglio--disse Paola, dolcemente, a Fulvio, che se ne stava solo solo sul terrazzo.

--No, se non mi sentite--disse lui, tenendosi il ventaglio stretto alle labbra.

--Datemi il mio ventaglio--ripetette ella, con fermezza e con dolcezza.

--Sentitemi, sentitemi, ve ne scongiuro, è una cosa gravissima....

Paola non gli dette più retta, rientrò nel salone: ora il cameriere portava attorno dei bicchieri pieni di malaga dove un pezzo di ghiaccio galleggiava, ed ella girava premurosa, sorridente, serena. Quando ebbe compiuto il suo giro, naturalmente si rammentò dell'altro suo ospite che stava solo, nell'ombra, sul terrazzo, fra la nerezza del cielo e quella del mare.

--Datemi il ventaglio, amico.