—Quale?—chiedeva lei, smarrita.

—Tu dici la bugia, cara, quando dici di volermi bene.

—Io, io?—-gridava lei stupefatta.

—Tu. Non è vero che mi ami.

—Oh Madonna mia,—gridava lei, soffocatamente.

—Se vuoi, te lo dimostro.

Così, Mario Felice la vinceva. Innanzi alla negazione precisa, assoluta dell'amor suo, tutta la forza di abnegazione di Maria svaniva. Ella non resisteva a quella negazione, ciò la esasperava e l'avviliva, non trovava nulla da risponderle, il suo sdegno era grande come il suo terrore. Ma che uomo era dunque, questo Mario Felice, a cui ella si era avvinta? Ma che sciagurata natura di uomo, senza fede e senza speranza, senza entusiasmo e senza carità, ella si era messa ad adorare? Egli non l'aveva amata giammai; questa era la sola certezza. Aveva ceduto, riluttante, quasi pauroso, alla impetuosa passione di lei: aveva ceduto, pensoso, triste, per cortesia, per pietà, forse per una sua intima debolezza: e quella mortale tristezza che in lui sorgeva per tutte le cose e per tutti i sentimenti, non lo aveva mai lasciato, la felicità non aveva mai lampeggiato dai suoi occhi, non aveva mai tremato nella sua voce.

—Che hai? Che hai?—ella domandava, nei primi momenti del loro amore, sentendo la sofferenza del suo silenzio.

Egli taceva, ancora. E più tardi, come se nel cuore di lui fosse sorta una ribellione sorda contro questo amore che non divideva e che lo opprimeva, come se egli avesse finito per detestare questa fragile donna che lo rattristava con la sua passione, come gli altri col loro odio o con la loro indifferenza, Mario Felice non aveva trovato che un mezzo solo per ferirla nell'indomito coraggio, quello di negare l'amor suo. Oh come egli aveva bene inteso ciò che a lei era insopportabile di udire, come la mala volontà di perversione aveva visto in quale parola consisteva l'irremediabile dolore! Il dissidio fra loro era grande, basato sulle diversità dei temperamenti, dei caratteri, dell'età: ella sentiva che Mario Felice non poteva amarla, perchè era maritata ed egli odiava la posizione di amante furtivo: sentiva che egli non poteva amarla, perchè odiava tutta la vita esteriore e mondana a cui ella era costretta: sentiva, sì, sentiva che egli non poteva amarla, perchè lui non era stato il suo primo amore, perchè a questi uomini dal cuore profondo bisogna portare se non altro un cuore verginale. Ella capiva, sì, capiva le ragioni di quella mortale, tristezza e la spirituale ripugnanza di Mario Felice: si sapeva indegna di essere amata e non chiedeva più se egli le voleva bene. Ma che orgoglio inflessibile era dunque quello di quest'uomo che non amava e non sapeva neppure perdonare all'amore? Ma che anima malvagia era dunque quella di Mario Felice che colpiva freddamente e risolutamente colei che lo adorava? Talvolta queste ingiurie sgorgavano dalle labbra di Maria, per impulso involontario: egli le ascoltava, a capo basso, seduto su quel banco di marmo dove tanti fiori di oleandro erano piovuti: egli non attaccava più e non si difendeva, lasciava rotolare rumorosamente il fiume della indignazione muliebre. Ella si chinava, lo forzava a guardarla negli occhi, furente di collera che tentava invano di reprimere; Mario Felice taceva. Poi, quando i rossori del tramonto si cangiavano in ombre violacee, egli guardava di cielo limpido, i cespugli degli oleandri, e i mazzi fitti di fiori rosei: e pronunziava la gran parola:

—Questo amore deve morire.