Ella tremava come se il soffio della morte fosse passato sulla sua fronte.
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Contro la condanna implacabile, Maria difese l'amore ora per ora, giorno per giorno, con l'accanimento della madre che non vuol veder morire l'unico suo figliolo; e la appassionata donna, vibrante di una energia morale che nulla valeva a quietare, oppose una quotidiana resistenza alla parola morte, che ritornava sempre nei discorsi di Mario Felice. Ogni volta, ella fremeva di dolore e le sue guancie si facevan livide: egli, paziente, aspettava che quella emozione passasse, per ricominciare, come se vedesse soltanto il proprio scopo. Adesso quei colloqui nel profumato viale degli oleandri, fra quella esotica fioritura, le facevano terrore, ma vi andava, spinta da un istinto di lei più forte: e talvolta, in grazia, gli chiedeva di non parlare d'amore, tanto ella vedeva sorgere, dietro a quei discorsi, la tremenda parola della distruzione. Tranquillo, malgrado la sua tristezza, freddo nella impenetrabile sua malinconia, Mario Felice acconsentiva, ed allora, gli oleandri del viale, in quella tregua, udivano una assai bizzarra conversazione, trascendente, lontana da tutte le quotidiane cose umane.
—Mi basta udire la tua voce:—essa diceva, più calma, quando il colloquio finiva.
Egli sorrideva, con una lieve e fugace ironia. Per qualche tempo, come obbediente a una segreta idea, egli risparmiava Maria e si lasciava ancora amare, non rispondendole quando ella gli chiedeva la ragione della sua contradizione. Ma eran sempre più brevi, le tregue; e ogni volta che essi si rivedevano, direttamente o indirettamente, egli le dimostrava che quell'amore doveva morire. Ah la povera donna, la poveretta come chiudeva li occhi, sgomenta, dinanzi a quella folgorante luce crudele; come trovava nella sua passione le preghiere più umili e pure non vigliacche, perché questo amore non fosse ucciso proprio da loro! Avevan vinto il tempo e le cose e gli uomini, sormontando e calpestando gli ostacoli, e ora, ora bisognava che questo amore morisse?
—Meglio prima che dopo,—egli ripeteva, sempre.
—Dopo, che?—ella chiedeva.
—Non domandare, lascia stare, tu capisci, forse: o capirai più tardi….
La poveretta non gli parlava, soltanto gli scriveva: e ogni dieci o dodici lettere di lei, egli rispondeva, per dimostrarle che quell'amore doveva morire. Maria desiderava queste lettere come la benedizione del cielo, ma quando gliene consegnavano una, non osava di aprirla, immaginava tutto il suo straziante contenuto. Mario Felice mancava agli appuntamenti: poi, partì. Ella cadde gravemente inferma: egli ritornò, ma non potette assisterla, non gli era permesso di andare in casa di lei. Le mandava un comune amico, che non ignorava il loro segreto: e questo amico le diceva quelle vaghe parole di consolazione, che dovrebbero confortare chi ha fatto una perdita irreparabile. Nella convalescenza, ella scrisse a Mario Felice, tristamente, delle lettere piene di lagrime: ed egli le rispose con molta tenerezza, senza una parola di amore, ma con tenerezza, con molta tenerezza, che si sarebbero riveduti, là, in quel viale degli oleandri che era il nido più caro e più poetico del loro amore. E Maria sperò di nuovo e con tale ardore desiderò di uscire, che nessuno glielo potette impedire, malgrado la sua grande debolezza. Era estate, ormai, e i tramonti eran lunghi e violenti di colore: il viale era ancora fiorito, ma una messe rosea copriva il suolo. Ella trovò Mario Felice seduto sul banco: lo trovò più pallido, più triste che mai, le strinse debolmente la mano. Ella soffocava di emozione: e sul principio non parlarono, a bassa voce, che della infermità di lei e del viaggio che aveva fatto lui. Ella lo guardava negli occhi aspettandone una parola decisiva, quella che era venuta a udire, quella che le sue inaudite sofferenze, i tormenti morali e fisici e la tenerezza di lui avrebbero dovuto ispirargli: la parola che meritava la più pura e più ardente passione:
—Maria, questo amore deve morire,—egli disse fatalmente.