—Acqua, tu volessi! Te', figlia mia.

Vicenzella non bevette il bicchier d'acqua, ma se lo versò sulle mani, rasciugandosele al grembiule di cotonina azzurra.

—Quel polipo appesta,—mormorò,—e Ciccillo non può soffrirne il mal odore.

—Tanto gentile, è?

—È un signore, Mariagra'; che ci vuoi fare!

—Ciccillo non è per te, Vicenzè, senti chi ti vuol bene.

—Ciccillo dev'essere,—ribattè brevemente Vicenzella.—La creatura tua s'ingrassa ogni giorno. Dio la benedica.

—Se la mangiano le mosche, povera Cannitella,—e si chinò per scacciarle.

Vicenzella ritornò pressò il focolaretto. Ora, seduta sopra una seggiola sgangherata, appoggiata al largo parapetto di pietra, per non cadere, sorvegliava la cottura del polipo, scoperchiando ogni tanto la pignatta, immergendovi uno schidioncino a due rebbi. E taciturna, coi fieri occhi lionati che guardavano la via di Santa Lucia che era piena di sole, di carrozze, di persone, che era attraversata ogni minuto dai trams, ella lavorava a una sua calzetta azzurra, col tallone bianco. Gennarino, il pizzaiuolo, passò, portando sul braccio un largo scudo di stagno, su cui erano disposti, a corona, i segmenti di pizza, odorosi di pomodoro e di origano.

—O Vice', è cotto il polipo?