«Alle otto o alle nove, non so.»

«Debbo venirti a prendere alla Camera?»

«No. Va' pure a passeggiare, a villa Borghese, fuori Porta Pia, dove vuoi: è inutile venire al Parlamento. Io pranzerò, quando avrò finito. Questo affare dei prefetti è molto serio, Sangiorgio: vi dirò, strada facendo. Qualunque lettera o plico o dispaccio arrivi, mi vengano a cercare dove sono, alla Camera, al Senato, al Ministero: subito. Aspetto notizie importanti: ora vengo, Sangiorgio.»

E gli ordini partivano brevi, concisi, alla moglie, al segretario che era comparso sulla soglia, erano dati con un tono militare di comando: don Silvio stava ritto e robustamente piantato, come un giovanotto; la sua febbre era la sua salute, il suo morbo era la sua salvazione.

Andò di là, nello studio, portandosi il segretario, parlandogli a voce bassa, ma seccamente. Rimasero soli, Francesco e donn'Angelica: egli ritto, ella col capo chino come nel Pantheon, nel minuto della preghiera, giocando con le dita attorno al cordone serico della sua vestaglia. E non parlavano e il minuto presente aveva vibrazioni prolungate come di suono musicale, come di palpito.

A un tratto, ella lo guardò coi bellissimi occhi rattristati, congiunse le mani e gli disse:

«Ma perchè avete voi voluto che noi fossimo ministro dell'interno?» e la voce tremava di emozione contenuta.

Don Silvio rientrava, con soprabito e cappello, stringendo fra le labbra il mozzicone spento e nero del suo sigaro toscano: il segretario lo seguiva con una cartella imbottita di fogli.

«Vuoi una rosa?» disse improvvisamente donn'Angelica a suo marito, facendo per mettergliela all'occhiello.

«Ma che ti pare?» esclamò lui, staccando con una certa durezza la mano bianca, «vuoi farmi burlare dall'opposizione? Un ministro con la rosa: mi farebbero subito la caricatura nei giornali.»