Donn'Angelica si ritrasse: guardò fuggevolmente Sangiorgio, ma non gli offrì la rosa.

Un cielo basso di nuvole bianche, grige, plumbee, scuricce, che si facevano nere all'orizzonte, sopra i colli tuscolani, sul Soratte che pareva anche esso un grosso nuvolone sceso sulla terra: una campagna brulla, bigia, qua e là ondulata, come se dovesse sbuzzar fuori; due siepi nere, due siepi ispide e scarnate, senza un'ombra di verde, senza un fiore: qualche osteria di cocina, dai rozzi dipinti sulla parete umidiccia — tre bocce nere che formavano triangolo, un pulcinella che beve una foglietta — ma le porte e le finestre sbarrate, un cancelletto di legno che cadeva in frantumi: il grande fabbricato bigio dove la vedova Mangani dà da mangiare ai romani buontemponi dell'estate e dell'autunno la trippa in brodetto e l'abbacchio alla cacciatora, sopra un terrazzo, sotto un pergolato, in un cortile, dovunque si può mettere una tavola o un litro di vino bianco; quel rudere strano, perduto in un campo, che sembra una colossale poltrona dalla spalliera sbocconcellata e che infatti si chiama la sedia del diavolo; un carrettiere buttato giù, bocconi, sonnecchiante sopra un carro di pozzolana che rientrava verso Roma; ogni tanto, qualche grossa goccia di pioggia che cadeva sul terreno.

Prima di Sant'Agnese qualche carrozza di cardinale che tornava lentamente dalle catacombe, qualche prete pedone sui due marciapiedi; subito dopo Sant'Agnese due carabinieri a cavallo, avvolti dei mantelli neri, immobili; un soffio molle e sciroccale che radeva la terra; un odore acuto, quell'odore particolare della campagna romana, che va al cervello e dal cervello va nel sangue, come miasma sottile: un cane sperduto, tutto infangato, che andava annusando per le siepi e guardava il viandante, con certi tristi occhi di animale infelice: ecco le cose, le persone, gli animali, le parvenze che vide Francesco Sangiorgio, in quel cader del giorno invernale, sulla Via Nomentana. E in tutte le cose, gli animali, le case, le chiese, la grande malinconia della pioggia imminente, la immensa malinconia del tramonto romano, in campagna.

«Ecco il Ponte Nomentano,» gli disse il cocchiere, indicandoglielo con la bacchetta.

«Ferma; voglio scendere. E aspettami qua,» rispose Sangiorgio.

E a piedi fece la piccola erta che conduceva al ponte, lo strano ponte murato, dall'arco largo e molle che si piegava sull'acqua gorgogliante dell'Aniene, con le due larghe finestre che affacciano a monte e a valle del fiume. Sangiorgio si fermò sul ponte, si appoggiò allo sporto e guardò lontano, donde il fiume veniva. E veniva, stretto, ma profondo e sinuoso, con una rapidità di corrente singolare, aumentato dalle pioggie invernali: veniva, tutto bianco, con un colore di argento smorto, ma freddissimo; senza lucentezza, ma glaciale. Una quantità di piccoli gorghi vi si formavano, cerchiolini con un buco intorno a cui l'acqua si arrotondava, a piccole onde circolari.

Sulla riva un po' di terriccio più chiaro, non una pianta, non sabbia, non pozzolana e attorno il grande deserto della campagna romana.

Non pioveva ancora: ma le nebbie del fiume e lo scirocco morbido avevano dato una tinta di bagnato alla vecchia costruzione nomentana: e toccando la parete del finestrone donde si affacciava, Sangiorgio sentì un'umidità gocciolante; i gomiti stessi del suo soprabito erano già bagnati e sporchi.

Aguzzò gli occhi su tutta la campagna, ma non si vedeva nè il gramo profilo di un albero, nè il meschino profilo di un uomo: attraverso di essa, il fiume che a Tivoli è così bello, così allegro, così sonante, metteva la larga nota mestissima delle acque correnti.

Allora egli si affacciò dal finestrone a sinistra, sul fiume, guardando l'acqua che correva a valle, rapidamente, per ricongiungersi al Tevere. Qui, si vedeva la Via Nomentana prolungarsi fra la pianura, fare un gomito e scomparire: in mezzo a un campo, una casetta, un tugurio di due stanze, senza soffitto, diruto dalle mura simili a denti spezzati; al gomito della strada, una casetta bianca e pulita, piccolina, l'Osteria dei cacciatori, e di lì un larghissimo prato discendente al fiume.