Qui a valle, di mezzo l'acqua sorgevano dei boschetti di salici, rami nerastri e scarni; una chiatta tenuta per mezzo di una fune a un piuolo di legno conflitto, sulla riva: contro la chiatta, contro i salici, contro la fune, l'acqua si rompeva, gorgogliando.

Nell'ora oscura che discendeva, parea che discendesse anche il cielo. Guardando, con l'ardore concentrato di chi cerca, Sangiorgio vide una carrozza chiusa, ferma presso l'Osteria dei cacciatori, ma era rivolta in modo che non si vedevano nè i cavalli, nè il cocchiere. E poi, di lontano lontano, sulla riva destra del fiume, vide lentissimamente un punto bruno ingrandirsi ingrandirsi, e riconobbe la dolcissima donna che aveva visto piangere nella chiesa.

Solitaria, vestita di nero, ella camminava lungo il fiume, arrestandosi ogni tanto a veder fuggire la corrente, contro cui andava: camminava piano, molto rasente l'acqua, affondando nel terreno bagnato, movendo i passi con lentezza.

Come fu più vicina, egli potè scorgere, sul bruno del vestito, il fascio di rose bianche che ella aveva in casa, nel salotto tutto pieno di piante verdi: con le mani ella lo teneva stretto alla cintura. Due o tre volte, ella si rivolse verso l'orizzonte, mirando la tristezza del cielo che pareva volesse soffocare la terra, cercando invano i lieti colli di Tuscolo che il temporale già aveva nascosti; poi riprese la sua passeggiata solinga, con tale lentezza di movenze che sembrava appena appena radesse la terra.

Giammai ella alzò gli occhi sulle mura del ponte, dal cui largo finestrone, colui che aveva pianto per lei, la contemplava. Certo, ella si credeva profondata nella solitudine, in quella vasta campagna nuda, in quella minaccia crescente di bufera, in quell'ora ultima della giornata, in quel paesaggio triste da cui rifugge la gente volgare: si credeva sola, come nel tempio, pregando Dio, parlando a Dio.

A cinquanta passi dal ponte, presso il piuolo mezzo marcito dove la fune della chiatta era attaccata, donn'Angelica si fermò. Pareva che una stanchezza l'avesse presa, a un tratto, malgrado la lentezza della passeggiata: o forse aveva agito su lei il grande fascino delle acque correnti che si prendono lo spirito di coloro che le contemplano e ne assorbono la volontà. Difatti, appoggiata al piuolo, come confitta sulla riva, a un passo dall'acqua che correva, inclinando i rami neri dei salici, donn'Angelica si smarriva nella contemplazione del fiume.

Un larghissimo coperchio nero di nuvole, una cappa che affrettava il sopraggiungere della sera, chiudeva oramai tutto l'orizzonte, intorno: e pareva che la luce a poco a poco morisse, schiacciata fra il cielo e la terra. Sangiorgio non vedeva più nulla, salvo quella figura di donna, immobile come una statua, sulla riva del fiume. Pure, uno strepito sordo venne dalla Via Nomentana, un rumore di ruote, di cavalli trottanti: e in tanto bigio qualche cosa di rosso, di acceso balenò. Sotto il mantice abbassato di una daumont, qualche cosa di bianco, un viso fulgido il viso regale, passò: passò l'equipaggio reale sul ponte, al trotto, mentre la regale donna salutava al saluto di Sangiorgio; e tutta la visione, brevissima, accesa, fulgida, scomparve verso Roma. Sangiorgio si rivolse di nuovo al fiume.

Nulla sapeva la donna: perduta nelle sue visioni, il rumore, il passaggio purpureo dell'equipaggio regale, quella specie di cometa bionda e luminosa che aveva per un istante animato quello scurore di tramonto nuvoloso, le era sfuggita. Pareva non sapesse più distaccarsi dalla vista del severo Aniene dalle acque gelate. Egli la vide inchinarsi due o tre volte, quasi volesse contemplarsi nell'acqua o vedere il fondo del fiume. Poi le mani di lei sfogliarono una rosa e ne gittarono i petali bianchi nell'acqua fuggente che li portò via: e una dopo l'altra, tutte le rose furono sfogliate e, a manate, i petali lasciati andare alla corrente. Non ella strappava rabbiosamente quelle foglioline bianche dallo stelo, ma le distaccava con un moto di abbandono, come se realmente tutto partisse, tutto morisse nel suo spirito, insieme a quei petali che partivano, che morivano. Vi era nelle mani che lasciavano andare via quelle vite di fiori, la desolazione di altre vite morte. E l'ultima foglia, invero, le svanì fra le dita. Non egli vedeva tutto questo, per la distanza, ma lo indovinava: e come l'ultima foglia se ne andò, perduta, travolta, sentì uno struggimento come di morte. La donna, dato un ultimo sguardo all'Aniene, risalì senza voltarsi; pel prato della strada, rientrò in carrozza. Sul ponte, la carrozza passò con una velocità grandissima: donn'Angelica non vide Sangiorgio, ma egli vide bene che la pallida donna stringeva ancora alla cintura gli steli nudi delle rose morte.

II.

Dal suo banco del centro, dove fingeva di scrivere delle lettere, ma dove in verità tracciava macchinalmente il suo nome, venti, trenta volte sopra un foglietto di carta, egli vedeva perfettamente donn'Angelica Vargas sola sola nella tribuna diplomatica, appoggiantesi con un braccio sul parapetto di velluto. Ne aveva sentita la presenza, subito, a un sussulto dei nervi; aveva osato voltarsi due o tre volte e anche salutarla; — ella aveva risposto con un sorriso profondo, ma aveva immediatamente guardato altrove. Ora egli non provava altro desiderio che salire lassù, sederlesi accanto: ma pensava che non era forse conveniente farsi notare da tanti colleghi, darsi in spettacolo. Pure, il desiderio era così forte che si levò dal suo posto, attraversò l'aula e uscì nel corridoio, gironzando, distratto, rispondendo qualche monosillabo a chi gli parlava della riforma della legge universitaria. Rientrò, non avendo avuto il coraggio di salire su: e vergognoso della propria vigliaccheria. Presso il banco dei ministri, don Silvio Vargas lo chiamò: