E si allontanava; ma sottovoce il ministro lo richiamò.
«Giacchè ci siete a sacrificarvi per me, andate un po' lassù a far compagnia a mia moglie. Quella si annoia a morte: io non ho tempo neppur di salutarla.»
«Si annoia?»
«Essa odia la politica: la femmina è egoista, caro Sangiorgio,» rispose filosoficamente don Silvio, conficcandosi la lente sotto l'arco sopracciliare.
Sangiorgio raccolse le sue carte con una fretta che non giungeva a dissimulare, le ficcò nel cassetto e attraversò l'aula, i corridoi, salì le scale, frenandosi per non correre. Donn'Angelica non si voltò neppure, udendo schiudere la porta della tribuna.
«Si annoia molto, signora?» le chiese lui, alle spalle, a voce bassa.
«Non più del solito, onorevole,» disse lei, voltandosi un poco e dandogli la mano, senza manifestare nessuna sorpresa.
Egli sedette alle sue spalle: ella, sebbene fosse rimasta rivolta a lui, gli parlava senza guardarlo, tenendo gli occhi sull'aula.
«E ci viene spesso, mi pare?»
«Spesso: anche la noia diventa un'abitudine. E poi... Silvio è ministro, molti credono che io sia una donna influente, a casa è un viavai di persone che vogliono qualche cosa.»