«Grande? Forse. Lo dicono: non lo credo. Quando essa è entrata in uno spirito, lo restringe in un meschino orgoglio, in un'ambizione piccolina. Ecco trecento persone, quaggiù, che hanno ingegno e che hanno studiato, che hanno coraggio fisico e coraggio morale, che hanno coscienza onesta e carattere d'uomo. Ebbene, questi trecento ingegni, queste trecento audacie, queste trecento volontà, queste coscienze e queste intelligenze, che cosa vogliono tutte, senza eccezione, a qualunque costo?»
«Esser ministri.»
«Ministri: a qualunque costo. E in questa voglia implacabile, ditelo voi, non si sgretola forse miseramente l'ingegno? Questo ingegno che farebbe miracoli di bellezza e di utilità, applicato all'arte e alla scienza, non si sfinisce, senza risultato?»
«È vero,» disse lui.
«Inventare una macchina che renda gli uomini più felici, moralmente o fisicamente, non è forse meglio che far cadere un ministero? Non è meglio fare una statua, dipingere un quadro, scrivere un libro?»
«È vero,» rispose lui.
«E il coraggio, crede Ella che conservi lo stesso impeto d'azione, lo stesso slancio di audacia, qui, dove tutto si riassume in un discorso, dove ogni nobile iniziativa si spreca in venticinque sedute pomeridiane e in quattordici discussioni negli uffici? Tante parole, tante parole!»
«Noi abbiamo combattuto, quando si doveva.»
«Sì,» disse lei, pensierosa a un tratto, «quelli eran tempi! Noi donne, vede, comprendiamo l'eroismo dei campi di battaglia e quello delle cospirazioni, — questo parlamentare ci sfugge.»
Tacquero un momento. Una fiammolina ardeva le guance di donn'Angelica: e le calde parole sue ondeggiavano nell'anima di Sangiorgio, vi s'imprimevano come sulla cera molle.