«Resta poi la coscienza,» riprese lei, che voleva dire tutto. «Ahimè, come restar saldi fra tanti istinti personali che scoppiano, fra tante necessarie transazioni, fra tanti equivoci? Come restar immobili, inflessibili, quando la maggior virtù per riuscire è proprio la elasticità?»

«È vero, è vero,» ripeteva lui.

«Una grande passione, la politica: lo so bene,» continuò ella, chinando gli occhi sull'aula, battendo con le dita sul velluto del parapetto, «lo sappiamo tutte noi altre, mogli di uomini politici. In questi cuori di uomini, questa passione scaccia tutte le altre. Se stiamo in provincia, l'uomo ci abbandona per nove mesi dell'anno, senza badare alla gioventù, alla bellezza, alla solitudine della moglie. Se veniamo in Roma, peggio: la casa diventa un piccolo Parlamento, dove si congiura, se non siamo al potere: dove si preparano i mezzi di difesa, se siamo ministri. Non più amici: alleati, clienti, servi, invidiosi, interessati, niente altro. Non si chiede loro l'affetto: si chiede il voto. Ha detto ? è un amico. Ha detto no? è un traditore. In casa sparisce la intimità: la invade un fiume di gente estranea che la deturpa, che la rende simile a un porticato, a un cortile, a una via pubblica, a una piazza. La cordialità sparisce: il marito è inquieto, è annoiato, cercate di saperne la cagione, — non ve la dice, crede che non possiate capirla, gli uomini politici disprezzano il consiglio delle donne. A tavola? Il marito legge i giornali o risponde ai telegrammi. Al ballo? È difficile che vi possa accompagnare, eppure bisogna andarci, per rappresentare il governo, parlare coi deputati influenti, far la riverenza alle mogli dei capi-parte, dare la mano a creature insignificanti che non esisterebbero, se la grande passione politica non esistesse. La solitudine malinconica in provincia, come una povera creatura abbandonata: o la folla affogante in città, senza un soffio di poesia, senza un sorriso d'ideale. Grande passione, certo: ma così furiosa e invadente e sequestrante che fa spavento o fa nausea.»

Di nuovo, silenzio grande. Nell'aula, don Silvio Vargas parlava, con la sua voce stridula, con le mani in tasca, piegando un poco l'alta persona scarna, guardando dietro la sua lente lucida colui che lo aveva interrogato, quasi burlandosi di lui, con quella forza d'ironia che irritava l'avversario.

«Una grande passione, una grande passione...» mormorava donn'Angelica, «la donna ne capisce una sola...»

«E quale?»

«L'amore.»

«È vero,» rispose Sangiorgio.

«Si pranza soli, oggi,» aveva detto don Silvio a Sangiorgio, sedendosi a tavola, «donn'Angelica è dietro a vestirsi pel ballo del Quirinale.»

Alla piccola tavola dei pranzi familiari sedeva anche il segretario: un quarto posto, quello della padrona di casa, restava vuoto. In mezzo alla tavola, in un vasello di cristallo dal collo sottile, stava in fresco un ramo di gigli rossi: e gli occhi di Sangiorgio andavano continuamente da quel posto vuoto e a quel grande fiore rosso. I due deputati, il ministro e l'importante uomo politico discorrevano vivacemente di politica, mangiando senza badarci, don Silvio tagliuzzando nervosamente la carne, mentre si infiammava sulla legge comunale e provinciale, Sangiorgio ascoltandolo, rispondendogli, facendogli obbiezioni, dimenticando di pranzare: ma il suo pensiero si staccava da quella piccola stanza, tutta in legno biondo, resa tiepida dalla fiamma allegra del caminetto, per andare dietro quella porta chiusa, per indovinare dove fosse donn'Angelica.