Solo il segretario, dunque, pensava a pranzare e ci si dedicava con tutto lo stomaco: ma serbava un contegno serio; ogni tanto, a una frase del ministro, approvava col capo, con un'aria di ammirazione contenuta; a ogni osservazione di Sangiorgio, inarcava le ciglia, come se si preoccupasse anche lui della difficoltà.
Così il pranzo continuava, fra l'andirivieni dei due servi che ora portavano un telegramma, ora una lettera, ora un giornale, ora una pietanza: don Silvio stracciava subito la busta del dispaccio, apriva e leggeva la lettera, rompeva la fascetta del giornale, ne scorreva con l'occhio le colonne, non assaggiava la pietanza, la guardava con l'occhio distratto dello spirito assente.
Accanto a lui un calamaio, una penna, della carta da telegrammi, dei foglietti da lettere: e subito rispondeva dopo aver respinto il piatto dinanzi a sè, passava il giornale al segretario, dopo averci fatto un segno col lapis rosso in qualche posto: il segretario leggeva il passaggio segnato, con l'aria imperturbabile di un vecchio diplomatico. E Sangiorgio invano tendeva l'orecchio per cogliere qualche rumore femminile, invano stava attento al minimo incidente: non una cameriera passava, non un campanello risonava, niente di femminile trapelava la ricerca di un fiore, il passaggio di un candelabro, l'affaccendamento dei servi, nulla, proprio nulla.
Donn'Angelica aveva radunato nel silenzio delle sue stanze tutta la poesia nervosa e febbrile di una donna che si veste pel ballo: e il gran mistero della bellezza che si adorna, fatto di acque lustrali e di profumi, di capelli disciolti e di fiori sparsi, di veli volanti e di gioielli luccicanti, di stoffe spiegate e di molli pellicce, il gran mistero d'Iside della donna moderna, si compiva come in un tabernacolo.
Un desiderio sempre più cocente di sapere, di udire, assaliva Sangiorgio in quel tepore della stanza da pranzo, fra tanti discorsi di politica, tanto odore di inchiostro: un desiderio che nasceva da quel posto bianco e vuoto dove il seggiolone di legno era accostato, come se allora allora ne fosse partita colei che l'occupava: che nasceva da quel ramo di gigli rossi, i focosi gigli di san Luigi, che pare uniscano alla purezza il calore della passione. Almeno fosse venuta fuori un momento, a salutare suo marito, a salutare il suo ospite: si fosse fatta vedere, fiorente di gioventù e di bellezza! A ogni schiuder di porta, come l'ora si avanzava, Sangiorgio trasaliva, chiudendo gli occhi, credendo di vederla comparire nello splendore della venustà e della acconciatura. Ma di nuovo capitava un dispaccio, un plico, una lettera: a un certo momento, don Silvio cavò di tasca la cifra per interpretare un telegramma politico. Dov'era dunque donn'Angelica? In quali onde di profumo si annegava la sua persona?
Passava l'ora e niente nella casa si moveva, che fosse appartenuto alla lietezza di un ballo: essa serbava il suo aspetto confuso, il suo batter di porte, il suo discorrere ora concitato, ora sommesso, il suo andirivieni di carte scritte e stampate, il suo aspetto di piazza, di Borsa, di casa politica dove viene ad approdare ogni intrigo, ogni falsità, ogni imbroglio. Forse, di là, nel santuario, la bellezza giovanile di donn'Angelica si manifestava nella piccola febbre femminile che precede il ballo, mettendo nella sua camera il disordine inebbriante delle biancherie sparse, delle calze di seta che sgorgano dai cassetti aperti, delle boccette sturate, dei busti che trascinano sul tappeto: ma questa confusione muliebre, questo scombussolamento inebbriante che innamora un marito o un amante più profondamente che mai, si ignorava.
Francesco Sangiorgio sentiva, sì, attraverso le tre o quattro porte che lo dividevano dalla donna che amava, sentiva questo fascino novello, tutto umano, che lo dominava in modo diverso, che s'indirizzava all'uomo; sentiva il contrasto fra la secchezza, l'aridità di quella esistenza tumultuosa di don Silvio, e la morbidezza poetica di quella acconciatura di donna, laggiù, nel grande turbamento tenero e sensuale che dànno tutte le cose che hanno toccato il corpo femminile.
Finalmente, alle dieci, si udì aprire e chiudere qualche porta, qualche voce parlò sommessa: e Sangiorgio, preso alla gola dalla soffocazione di un desiderio, chiuse gli occhi per salvarsi dallo spettacolo abbagliante della bellezza di donn'Angelica. Ma niuno comparve, un rotolìo sordo si udì nel cortile e sulla Piazza dell'Apollinare.
«Donn'Angelica è partita pel Quirinale,» disse quietamente don Silvio, aprendo la Riforma che gli avevano portato allora. «Non andate anche voi, Sangiorgio?»
«Più tardi,» rispose fievolmente Sangiorgio che era diventato pallidissimo.