Nella bianchissima luce elettrica che illuminava lo scalone d'onore, le donne ascendevano lentissimamente, posando appena il piede calzato di raso sul tappeto: e con lo strascico abbandonato, il ricco mantello di lana bianca molle e caldo sulle spalle nude, la testa ingemmata o piumata o infiorata, davano, salendo, certe occhiate lente e distratte alle due grandi siepi di piante verdi, alle muse dalle foglie larghe venate di rosso, alle palme che parevan cupissime sullo stucco bianco delle pareti.

Le donne guardavano, inerti, come se non vedessero nulla, per conservare la serenità — e salivano piano, per non scalmanarsi, perchè sul viso non fosse turbato il pallore eguale o il fiorente roseo. Dopo tanta nervosità febbrile, la calma egoistica della donna che vuol restar bella era scesa in loro: e bastava vedere la tranquillità con cui nel grandissimo salone degli arazzi, trasformato in guardaroba, un po' freddo, esse discioglievano i nastri, snodavano i cappi dei mantelli, lasciandoseli togliere delicatamente dalle spalle, conservando la loro apparenza di bellissime statue insensibili e semoventi; bastava vedere il gesto flemmatico, con cui distendevano su per le braccia la pelle cedevole dei guanti di Svezia, mentre il marito, o il fratello, o il padre, aspettava, impaziente, col braccio pronto, per accompagnare la bella indifferente e serena che si rialzava pacificamente le spalline del corpetto un po' spostate.

E anche l'attraversare i due saloni e il corridoio delle statue era una passeggiata molle e silenziosa: ma già nel fiato caldo che i caloriferi mettevano dappertutto e in quell'approssimamento quieto e pieno di dolcezza, le donne schiudevano le labbra al sorriso florido dei balli, il sorriso che si diffonde per tutta la faccia, per tutta la persona. E alla porta del grande salone da ballo, il cerimoniere, che offriva loro il taccuino da ballo, un mazzetto di fiori e il braccio per introdurle nel salone, aveva la primizia incantevole di quel sorriso: il padre, il marito, il fratello erano abbandonati senza un saluto, senza una parola.

Scintillìo profondo di gemme. Su tre file di panchette rosse, trecento donne erano sedute, ingemmate nei capelli, alle orecchie, al collo nudo e sul seno, sulle braccia. Da certe testine, più modeste, partiva un raggio sottile, vivissimo, a ogni movenza: ma alla ondulazione di certe spalle altiere che s'inchinavano, al moto di un braccio che agitava un ventaglio piumato, era tutto un vivido fluire di scintille, un balenìo chiarissimo e fulgido. Strette le donne l'una all'altra, l'un vestito femminile assorbiva e confondeva quello dell'altra, per essere a sua volta assorbito e confuso: e nulla si discerneva di colori e di stoffe, si vedeva solo un po' di corpetto, un lembo breve di spallina che talvolta un fiore o un nastro o un gioiello copriva. E quello che vinceva tutto, sul molle soffio del velo, sulla lucentezza del raso, sulla delicatezza del merletto, sulla pesantezza nera dei capelli, sulla leggerezza delle chiome bionde, sulla pelle quasi viva dei guanti, sulla carnagione del collo, delle spalle, del braccio, era il gioiello, più di tutti lucido, vivido, colorito, iridescente, era il gioiello trionfante.

E su quella triplice profondità scintillante, quella che sgorgava, che si allargava, che dominava tutto, era la plasticità varia, infinita, delle braccia e delle spalle denudate. Qui il biancore anemico e freddo che più si assomiglia alla glacialità del marmo e che gela lo sguardo che vi si ferma; e qui il perlaceo, la carnagione dalla trasparenza levigata che nessun'ombra verrà mai a colorire; subito dopo la carnagione bianca e forte, sotto cui scorre, come un flutto, il sangue ricco, una stoffa rossa dietro un tessuto leggiero bianco; altrove il carnicino mite e eguale, temperamento medio, temperatura media che nulla vale a rialzare mai; altrove il bianco opaco che il calore o l'emozione marmorizza qua e là, a placche di roseo; altrove ancora la carnagione nè bruna nè bianca, ma scura, come se il sangue fluttuante portasse seco un letto di sabbia nera; altrove ancora, il carnicino vivo, bello, attraente, simile alla densità grassa di un petalo di magnolia, simile alla polpa nutrita di un frutto maturo.

Questa plasticità germogliava dai corpetti, come se si sprigionasse delicatamente da un legame; fioriva dalla strettezza delle spalline, dall'arricciatura del velo, come dal calice; aveva qualche cosa di rigoglioso, di spontaneo, come le bellissime generazioni del mondo vegetale. Questa plasticità ripetuta su tutti i toni, trecento volte, finiva per acquistare un generale carattere di bellezza, d'insieme, come è la bellezza di una grande foresta: l'individuo vi scompariva, la personalità era assorbita.

Nulla più che parlasse febbrilmente all'occhio, nulla più che turbasse la fantasia, più nulla che inducesse alla particolar seduzione: ma invece la grande nota della bellezza femminile, presa in complesso, che i sensi non sentono, ma che lo spirito sente; il coro unico dove tutte quelle voci bianche, rosee, rosse, diventavano una sola voce.

Invano, invano, sotto l'orchestra, dietro le panchette, nei vani delle porte, la siepe nera e bianca degli uomini, fittissima, cercava discernere un viso, una fisonomia, una persona, la persona, quella donna. Essi, gli uomini, non percepivano più che un grande splendore di gioielli, dove ogni altra cosa moriva: non percepivano più che una donna sola, la donna, dalle braccia nude, dalle spalle nude, dove trecento donne scollate erano assorbite.

Ma un improvviso silenzio cadde sulla sala: una immobilità colpì quelle trecento donne che rimasero con gli occhi fissi sulla porta del fondo, senza batter palpebra. Dall'orchestra risonarono le prime note della fanfara: chiarissime, squillanti, militari, di un effetto strano in quel silenzio, in quella pompa tutta femminile. Come di scatto, le trecento signore si alzarono, con un fruscìo di stoffe: e stettero aspettando, strette l'una all'altra: tutte sorridenti, con le spalle un po' sollevate che parea dovessero sfuggire dal vestito, con le braccia molli e abbandonate, con una serenità inflessibile di bellezza sulla figura. Dietro di loro, sotto l'orchestra, nei vani delle porte, la massa bianca e nera degli uomini fluttuava, ma silenziosamente: e l'attesa di un minuto parve lunghissima. Poi, sotto la porta del fondo, qualche cosa di fulgido apparve, un fulgore moltiplicato e concentrato che parve la visione di una cometa: e mentre lo splendore augusto femminile s'inchinava, scintillando, con un moto di grazia suprema, quella siepe scintillante di gioielli, quella gran fittezza di gemme, quello splendore di stelle, s'inchinò profondamente. Al femminile eterno, nella sua unicità, riveriva il femminile eterno nella sua molteplicità. Gli uomini — turbati — guardavano.

Ergendosi sulla punta dei piedi, Francesco Sangiorgio cercava di scorgere dove fosse la dolcissima donna. Egli era fra un gruppo di deputati, l'onorevole Galvagna, il colonnello delle province irridente, l'onorevole di Sangarzìa che aspettava pazientemente di raggiungere le signore, l'onorevole di San Demetrio che applicava la galanteria alla diplomazia: ma Sangiorgio cercava donn'Angelica.