Francesco Sangiorgio, a quell'aspetto, aveva sentito dileguarsi quell'acre desiderio che lo aveva signoreggiato in quella stanza da pranzo, nell'attesa spasimante di donn'Angelica che era fuggita, senza farsi vedere; i suoi nervi si erano placati a poco a poco: i sensi eccitati cadevano in un languore di contemplazione.

Quella castità, quella purezza scendevano su lui, come un soffio fresco a mitigare il calore della passione: penetravano in lui come la benedizione di una carezza tutta innocente, bacio di bimba, mano di sorella, abbraccio affettuoso di amica: s'impossessavano di lui, come un placido fiume di dolcezza dilaga senza rumore e senza disastri e copre le rive.

La febbre dei suoi polsi si era calmata: le vene delle tempie non battevano più precipitosamente, come prima; quel malvagio desiderio brutale era sfinito in una blandizie. E mentre donn'Angelica, ferma al suo posto, si riposava, egli sentì che ella lo guardava: sguardo chiaro e schietto, tutto umido di dolcezza, tutta luce quieta. Invero, per lui, ella era, in quell'ora e per sempre, la celeste Beatrice.

Dalla grande poltrona reale, la sovrana piegava un po' il capo per discorrere con donna Clara Tasca, che sedeva accanto a lei sullo sgabello, come moglie di un cavaliere dell'Annunziata: l'ardente siciliana dagli occhi vivi spirituali sotto i capelli un po' brizzolati, dalla fisonomia mobile dove tutta l'espressione di un'anima irrequieta si dipingeva, rispondeva presto presto alla regina, piegandosi anche lei, dimostrando un interesse rispettoso. Le altre signore del mondo aristocratico, del politico, del diplomatico, riunite in gruppi, discorrevano fra loro, fingendo d'interessarsi al discorso, ma tenendo d'occhio, attentamente, ogni moto della sovrana: e non ballavano ancora, non accettavano inviti a ballare, distratte, assorbite nel pensiero di quello che avrebbe detto loro la regina. Tutte quante, malgrado il censo, il nome, la bellezza, tutte le fortune dell'anima e del corpo, non ambivano che questo minuto di colloquio pubblico, innanzi a duemila persone, con la regina; tutte quante dimenticavano ogni speranza, ogni desiderio, ogni interesse, ogni altro affetto, nell'ambizione muliebre di questo breve colloquio, al cospetto del pubblico. Le ragazze, soltanto, a cui non sarebbe mai toccato quest'onore, venute al ballo per mostrare la loro giovanile bellezza, per essere allegre, per ballare, per annodare uno di quegli innocenti e poetici legami d'amore, le ragazze, invece, già ballavano il waltzer, nel largo giro del salone, fra un grande volteggiare di veli bianchi, rosei, azzurri, scostandosi solo, con una certa timidezza, innanzi alla poltrona reale. Gli uomini andavano, venivano, si fermavano in gruppi, ballavano, chiacchieravano: niuno badava a loro. Francesco Sangiorgio, dopo la quadriglia reale, era scivolato fra le gonne seriche, lentamente, era distante da donn'Angelica soltanto venti passi e la vedeva discorrere col deputato di Carimate, il gran signore lombardo, dalla barba nera e dai principii vaghi di socialismo: ma ella stessa, donn'Angelica, era un po' distratta, con gli occhi bassi, che ogni tanto si rivolgevano verso la persona regale.

E come quell'astro si volgeva a destra e a sinistra, come faceva cenno di alzarsi, certi lunghi fremiti correvano per quei gruppi di donne: tutte volgevano il capo da quella parte, molte tacevano, aspettando, molte continuavano a chiacchierare o ad ascoltare, ma balbettavano: il loro spirito era altrove. La regina era passata al gruppo delle sue dame, mostrando il profilo regale alla sala: e lo squadrone delle dame, in piedi, la circondava: le due principesse americane maritate a due principi romani, una biondissima, più inglese che americana, l'altra magra, simpatica, elegante; donna Vittoria Colonna, dagli occhi di diamante nero: donna Lavinia di Sora, dal volto perlaceo, dai grandi occhi lionati, pensierosi: la contessa di Genzano, la bellezza fatata, dai fulvi capelli; la principessa Seraphita, dal volto ideale, vestita semplicemente di bianco, con un mazzolino di violette sul seno; la principessa Lalla, dal volto che serbava le giovanili, pure linee di cammeo, dalle spalle bianche e lunate; e infine la marchesa Paola, la gran dama di onore, la madre felice dai capelli ancora biondi e ondulati, le cui figliuole allegre e brune ballavano, nel salone.

Pazientemente, le signore del mondo diplomatico si stiravano i lunghi guanti di camoscio sulle braccia, chiudevano e schiudevano il largo, molle ventaglio di piume, lo agitavano, odoravano il mazzetto di fiori, guardavano curiosamente, per la centesima volta, il taccuino da ballo, come se non lo avessero mai visto. Ora, poco a poco, Francesco Sangiorgio era arrivato alle spalle di donn'Angelica, e pian piano, come un soffio, le aveva detto:

«Buona sera.»

«Buona sera,» mormorò lei, con quella profondità di accento, che era la sua particolare espressione.

E si rivolse un po' verso lui, chiedendogli se fosse arrivato suo marito, parlando a fior di labbro, mentre egli la fissava con certi occhi innamorati e così rispettosi, che una lieve fiamma salì a colorire le guance di donn'Angelica. La regina parlava, in francese, con l'ambasciatrice di Francia, una magra e ascetica signora, dal viso lungo. Laggiù, il re discorreva con donna Luigia Catalani, vestita di color bronzo, con un piumino azzurro e strano nei capelli biondi: e la viva, spiritosa siciliana sorrideva argutamente. Una quadriglia era cominciata, fittissima, con un grande fluttuare di strascichi: le signore che erano sul lato dove Sua Maestà discorreva, per non volgerle le spalle, ballavano di profilo, con gli occhi bassi, misurando i loro passi.

«Non ballate?» chiese Sangiorgio.