«Verrò, verrò, dove voi volete.»

V.

Quando rientrò, di notte, nel suo quartierino dell'Angelo Custode, Francesco Sangiorgio aveva un po' di febbre. La promessa fattagli da donna Angelica gli sconvolgeva il sangue: nella testa sentiva un grande ronzio, una confusione. E subito, entrando nel salottino, una impressione di freddo, il cattivo odore che vi regnava, sempre, gli aveva dato un fremito e una nausea: per non vedere quel brutto posto, così nudo, così miserabile, non accese nè il lume, nè il fiammifero. Si buttò, vestito, sul letto, sognando la casa dove avrebbe ricevuto donn'Angelica.

La sua fantasia accesa, rovente di febbre e di amore, fluttuava nelle visioni. Non sognava nulla di preciso, di determinato, egli vedeva innanzi ai suoi occhi aperti una fuga di stanze calde e profumate, dalle triplici tendine profonde, dal tappeto morbido che attutisce qualunque rumore di passi; ma non sapeva dove fossero, queste stanze, non si raccapezzava in che posto di Roma si trovassero, ora supponeva che fossero al Gianicolo, ora a Piazza Navona, ora a Via Sistina, ora a Piazza di Spagna. E questa indecisione, questo non sapere, lo crucciava molto, era il tormento di quelli che fanno un sogno cattivo e incompleto, e volendo camminare, non possono muoversi, volendo gridare, non trovano voce. Dove era la porta per entrare in quelle stanze, dove era situata la scala, dove sporgevano le finestre?

Egli vedeva, sì, ogni tanto, come un lampo di colori, il roseo di una tenda serica, sul muro; il riflesso fulvo di una poltrona di felpa; la scintilla metallica che partiva da un coltello damaschino colpito dalla luce; il disegno minuto di una trina antica giallastra, ma tutto questo confusamente, senza saper dove, nè come, nè quando, nulla. Dove si sarebbe seduta donn'Angelica, entrando in quella casa, dove avrebbe posato i bei piedini stanchi, dove avrebbe appoggiato il bel braccio, per sorreggersi, nella sua posa abituale, dolcissima?

Gli pareva che in quella casa non vi fossero nè sedie, nè divani, nè sgabelli, nè tavolini; gli pareva che fosse un gran posto vacuo, profondo, incommensurabile, in cui lui e donn'Angelica si fossero perduti.

Il suo sogno lo faceva spasimare d'angoscia, l'incubo gli premeva sul petto, la febbre gli mordeva il sangue, la testa gli girava.

Disteso sul letto, in un dormiveglia, soffrendo e pur godendo del suo sogno, egli non si moveva per paura che tutto s'involasse, anche la promessa di donn'Angelica: e ogni quarto d'ora che passava, nel parossismo, il sogno cambiava d'aspetto, si tramutava, si arrovesciava stranamente, diventava pauroso o comico. Talvolta gli pareva che stesse da tempo immemorabile aspettando donn'Angelica, la quale non veniva mai, mai: le tende bianche erano diventate prima gialle, poi bige; le stoffe si erano scolorite, il tarlo le aveva rosicchiate, cadevano in pezzi, cadevano in polvere; i mobili erano tutti sporchi, cadenti per vecchiaia; in fondo alle giardiniere vi era un po' di cenere puzzolente che era stata fiore; le mura stesse stillavano umidità e vecchiaia, sembravano danneggiate. Ed egli stesso, Sangiorgio, nell'attesa lunghissima, sembrava diventato un vecchione più che centenario, lento, infermo, con una lunga barba bianca e la vista indebolita. Donn'Angelica non veniva mai, mai; e Sangiorgio continuava ad aspettarla, paziente, innamorato. Poi, una gran voce aveva tonato in quella casa tre volte: donn'Angelica è morta, donn'Angelica è morta, donn'Angelica è morta.

Alla prima volta erano caduti in un ammasso di frantumi i mobili, alla seconda il vecchione era caduto morto, col viso in terra e le braccia aperte, alla terza le mura della casa erano crollate, seppellendo tutto, facendo una tomba di quella casa che donn'Angelica non aveva voluto visitare.