Si tramutava il sogno, continuamente. Gli pareva che nel giorno del primo convegno, in quella casa, egli, per un caso stranissimo, avesse dimenticata l'ora dell'appuntamento e si torturava per rammentarsela, le due o le tre, non sapeva bene, non giungeva a ricordare.
Poi si avviava da Montecitorio a mezzogiorno, per essere in tempo: ma incontrava in un corridoio il vecchio presidente del consiglio, che lo fermava, e, carezzandosi la barba bianca fluente, gli parlava della Basilicata, del sale, dei contadini, di cose che egli non capiva troppo bene, tanto il suo spirito era altrove.
Arrivava a sbrigarsi di costui, ma sulla soglia del portone incontrava l'onorevole Giustini, la cui gobba era diventata immensa e il cui sorriso velenoso gli faceva male al petto, come se un succhiello gli cavasse il sangue. Giustini gli sbarrava la via, inarcando le gambe storte, parlandogli di Roma, di Roma che fingeva di dormire nella indifferenza e che era invece bene sveglia: e gli scoteva il braccio, facendogli male. Passava il tempo, passava. Sangiorgio si scioglieva bruscamente da Giustini, correva per Piazza Colonna, quando una voce femminile lo chiamava, da una carrozza ferma. Non avrebbe voluto arrestarsi, ma si sentiva trascinato, suo malgrado, verso quella carrozza: era un paio di occhi neri e scintillanti che lo guardavano con amore e con desiderio, erano certe labbra sanguigne e provocanti che lo avevano baciato e lo volevano baciare ancora, era la mano molle e carezzevole, era il profumo forte e dolce di violetta, era donna Elena Fiammanti che gli aveva voluto bene e gliene voleva, e, quasi senza muovere le labbra, gli diceva:
«Vieni, vieni, rammentati tutto, rammentati quando ci siamo visti, il giorno di Natale, al Gianicolo; rammentati la notte del veglione e la luna a Piazza di Spagna; rammentati le rose che ho lasciate a casa tua, quel giorno; rammenta il bacio che ti ho dato, nel teatro, dopo il duello; rammenta tutti i baci, tutto l'amore; vieni con me, con me è la gioia, con me è il piacere, con me non piangerai, con me non dovrai spasimare. Vieni dunque, mi dirai tutto quello che soffri, ti consolerò: non ti dirò quello che soffro, non dovrai consolarmi.»
Ma egli chinava il capo, si turava le orecchie, chiudeva gli occhi, per non udire quella voce ammaliatrice, per non vedere quel volto farsi triste triste, diceva fra sè un nome, Angelica, il suo talismano, e pareva che donna Elena ne ricevesse il contraccolpo nel cuore, che si buttasse indietro, nella carrozza, come disperata e dicesse al cocchiere di fuggir via. Sangiorgio correva, correva, per la strada, tutte le carrozze che incontrava, erano piene; tutti gli amici che incontrava, volevano fermarlo; la folla che gli si assiepava dintorno gl'impediva di camminare; i cani gli attraversavano la via. Egli correva, correva, affannava, affannava, oramai non era più in tempo, era troppo tardi, donn'Angelica era già arrivata, sarebbe già partita, non avrebbe atteso. Quanto lungo il cammino, quanti ostacoli, quante difficoltà! Infine, giunto al posto, rosso, ansimante, perso, si doveva fermare: innanzi al portone, l'onorevole Oldofredi passeggiava, ironico, minaccioso, ridente. Gli rideva finanche sul volto, sanguigna, la ferita che Sangiorgio gli aveva fatta. E faceva la guardia, andava e veniva, bruttissimo, odioso, odiante, implacabile.
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La casa era al numero 62, in Piazza di Spagna, al primo piano. Sulla soglia del portoncino, un fioraio ambulante aveva posato il suo largo cesto pieno di fiori primaverili, le violette pallide e profumate di Parma, le rose doppie, vivissime, le giunchiglie volgari dal forte odore; e tutto lo scalino era bagnato di acqua, vi era appena posto per entrare. Mancava il portinaio, come in quasi tutti i portoncini di Piazza di Spagna; e le scalette erano oscure: il pianerottolo, dove tre porte si aprivano, era appena illuminato da un piccolo finestrino. Sulla porta di mezzo, un biglietto da visita era conficcato con due spilli, il biglietto dell'onorevole Francesco Sangiorgio. Nella piccola anticamera un po' scura, Noci aveva messo un grande cofano da nozze, nero, antico, delicatamente scolpito, su cui era disteso un lungo e sottile cuscino di seta rossa e gialla; tre o quattro sedie di legno bruno, cupo, scolpito, e un tavolino uguale; dal soffitto una lampada di bronzo pendeva, sempre accesa, dando una falsa apparenza di notte a quell'anticamera un po' tetra, di cui una grande tela dipinta copriva il triviale soffitto e le pareti, nascondendo le grottesche pitture e il parato di carta di Francia.
Dopo veniva il salotto che aveva un grande balcone sulla piazza, un salotto largo e luminoso, sempre pieno di sole: ma certe tende antiche, di un lampasso roseo e verdigno molto chiaro e un grande pezzo di merletto antico giallastro, innanzi al balcone, mitigavano la luce. Le pareti erano tese di un raso molto lucido color nocciuola, ma scomparivano sotto le stoffe orientali, sotto i tappeti persiani, sotto i brani di broccato vecchio, tesi, aggruppati fantasticamente, tenuti fermi qui da un grande piatto lucidissimo di ottone a sbalzo, altrove da una scimitarra artisticamente cesellata, altrove da un grande fascio di piume di pavone disposte a ventaglio. Un rosario di legno di sandalo, una di quelle lunghe collane a grani profumati, che le donne turche girano e rigirano continuamente fra le dita, per profumarsi le mani e per ingannare, con un esercizio monotono, il tempo che non vuole passare, il rosario turco che non è preghiera, ma è un piacere del tatto e dello spirito, il comboloi, pendeva da una gran parete; un grande velo biancastro a stelline d'argento, il mantello delle donne orientali, il feredjè, pendeva da un'altra. Ma la nota dominante, stranissima, era, sopra una parete, un pezzo di broccato giallo antico, qualche cosa come un oriflamma, tagliato nella larghezza e nella lunghezza da una croce che acciecava, che risaltava su tutte le mezze tinte di nocciuola, di mattone smorto, di rosa pallidissima che regnavano in quel salotto. Vi era una morbidezza profonda, mancava sapientemente qualunque mobile di legno, non un tavolino dagli angoli duri, non uno sgabello: il velluto, la seta, il raso nascondevano qualunque traccia di durezza. In certi leggierissimi vaselli opalini dei giacinti rosei, carnicini, violetti, bianchi, lilla pallidissimi; sopra un divano, da un vaso giapponese, una rosa si era sfogliata, come di languore. Dei cuscini di piume, larghi, di seta rossa, rosea, scarlatta, porporina, rosa secca, in tutte le gradazioni del rosso, dal seno della rosa bianca sino al tetro color vinoso, erano ammucchiati in un angolo: se ne poteva formare un sedile, un letto, un trono.
La stanza da letto dava pure su Piazza di Spagna, ma con due balconi: per smorzare la soverchia luminosità, oltre le tende e le cortine, tutta la stanza era parata di velluto azzurro cupo, ricamato a larghe striscie di seta bianca e di argento. Ma non vi era letto, sembrava piuttosto un altro salotto, più cupo, più severo, senza tanti ornamenti: vi era un basso e largo divano, senza spalliera, su cui era stata buttata una grande coltre di velluto azzurro, ricamata d'argento, con una cifra in mezzo, un'audacia del tappezziere, un'A lunga e sottile. Sopra vi proiettava la sua ombra una tenda azzurro cupo, tutta stellata, come il firmamento: una tenda che formava un triangolo strano, rialzato da cordoni e da fiocchi d'argento. Rallegravano quella tetraggine uno scrigno di legno di rosa, due o tre di quei mobili piccolini e civettuoli che la Pompadour amava.
In un vaso alto del Giappone, un vaso dove un uomo si poteva nascondere, una musa paradisiaca allargava le sue foglie doviziose, dalla grossa vena sanguigna: nessun'altra pianta, nessun altro fiore. E il piccolo stanzino da toilette, accanto, era parato di casimiro bianco e di rosso, con un nécessaire d'argento brunito, segnato colle cifre di Francesco Sangiorgio: due enormi azalee bianche vi fiorivano.