In quattro giorni, cedendo alla fretta del deputato, l'artista gli aveva messo su quella casa: sulle prime Sangiorgio si era tenuto guardingo, andando ogni tanto a sorvegliare: ma la impazienza lo mordeva troppo, tutto gli sembrava troppo brutto per lei, troppo lento per il suo amore. Se ne andò via, deciso a ritornare solo quando la casa fosse finita, dormendo e sonnecchiando e sognando nel suo freddo e puzzolente quartierino di Via Angelo Custode, mentre a Piazza di Spagna preparava il nido dell'amore.
Egli vi ritornò, solo quando tutto era a posto, e ne ricevette una impressione gioconda e dolorosa. Che avrebbe ella detto? Non era troppo morbido quel salotto per la bella e composta persona, che non si abbandonava mai sopra una poltrona? Non era troppo sensuale tutto quell'Oriente per la casta fantasia della soavissima? Non erano forse troppo voluttuosi quei giacinti, fiori senza foglie, carnali in tutta la loro efflorescenza? E quell'ammasso di cuscini sanguigni e delicatamente rosati, non erano forse un invito troppo manifesto al riposo, al perfido riposo, che è l'abbandono dell'anima? La stanza da letto gli pareva bella per la sua severità: ma giammai la pura signora sarebbe entrata lì dentro. Egli era soddisfatto e turbato: aveva chiesto all'artista un quartierino destinato all'amore, e costui glielo aveva fatto. Ora quell'ambiente chiuso, sacro, quei profumi floreali ed esotici gli sconvolgevano il suo ideale: o piuttosto facevano sorgere in lui un nuovo ideale, più vivo, più umano.
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Qui, in questo quartierino che il lieto sole di primavera riscaldava, conquistando Piazza di Spagna dal bigio palazzo di Propaganda Fide sino al biondo palazzo dello Albergo di Londra, innanzi al caminetto dove sempre scoppiettava e divampava un fuoco di legna secca, Francesco Sangiorgio aspettava donn'Angelica. Quando l'arredamento fu finito, egli ricominciò a insistere con lei, dovunque la trovava per un minuto solo, in casa, al teatro, alla tribuna di un diplomatico, fra due porte, in un corridoio, sulla soglia di casa sua, dovunque le poteva dire una parola, dirigere uno sguardo di preghiera senza esser visto, senza essere udito. Diventava la sua idea fissa quel convegno nella casa a Piazza di Spagna, non sapeva balbettare altro, non chiedeva altro. Ella, pentita della sua concessione, ripresa dagli scrupoli, diceva ancora di no, scrollando il capo, non persuasa, diffidente di lui, dell'amore, paurosa delle strade e delle persone. Ella non parlava delle sue paure, dei suoi sospetti, ma rifiutava sempre, ostinata, vinta di nuovo dalla indolenza della donna virtuosa, guarita da quell'impeto di febbre, scampata da quel desiderio di peccato spirituale. Egli s'inaspriva, sdegnato di quei sospetti, amareggiato dalla resistenza, urtandosi colla violenza del suo temperamento e del suo desiderio contro la mitezza di donn'Angelica, spezzandosi contro quel rifiuto. Uno scontento profondo di sè e dell'amore cominciava a nascergli nell'anima: e aveva il senso di una grande ingiustizia che la donna amata gli usava. Una sera, soccombendo all'amarezza per l'ingratitudine di donn'Angelica, le disse, tremando di ira e di dolore:
«Infine.... che temete? Voi siete sicura, voi che avete l'anima invincibile: non ho io sempre fatto quello che voi volevate? Non sentite, nella vostra invincibilità, Angelica, che non correte nessun pericolo, in casa mia? La vostra difesa è in voi: e voi siete senza debolezza, senz'abbandono.»
Ella rizzò il capo, tutta rosea di coraggio e di orgoglio:
«Verrò,» disse, come una eroina sicura della vittoria.
«Quando?»
«Non so: non so bene, aspettatemi, conoscete le mie ore.»
E null'altro precisò. Non credeva di dovergli dire altro, credeva che egli abitasse proprio lì, in Piazza di Spagna e non gli costasse nulla di aspettarla, credeva alla sua divozione; come tutte le donne, calcolava solo il proprio sacrificio, non sapeva misurare quello altrui.