E tutti i giorni, in quella fine gaia di aprile, Francesco Sangiorgio andava ad aspettarla nel salottino, a Piazza di Spagna. Egli si alzava un po' tardi, nell'ambiente scuriccio e sudicio di Via Angelo Custode, andava attorno, macchinalmente, vestendosi, bevendo la cattiva tazza di caffè che la servaccia gli portava, non toccava nè un libro, nè una penna, uscendo subito da quella brutta casa, dove si sentiva soffocare. Per istinto si recava a Montecitorio, ma non andava nei corridoi, nè alla sala di lettura: si spingeva sino alla posta, preso da una curiosità istintiva, sempre, cercando le sue lettere. Incontrava qualche collega, che gli domandava:

«Che fai, che non ti si vede più? Perchè non vieni alle sedute?»

«Lavoro, lavoro,» rispondeva lui, pensoso, passandosi una mano sulla fronte.

Oppure:

«Siete stato in Basilicata, Sangiorgio? E quelle relazioni, per l'inchiesta agraria, saranno a buon termine?»

«Sì, sono stato in Basilicata,» rispondeva lui, arrossendo, imbarazzato, per un minuto, dalla bugìa. «Le relazioni.... presto, presto saranno finite,» soggiungeva vagamente, «....è un lavoro che mi affoga...»

Ma cercava di evitare questi incontri, non sapendo mentire, turbandosi innanzi a queste risorgenti voci della coscienza: e se ne andava, leggendo le sue lettere, senza intenderne il senso, preso da una grande indifferenza innanzi a quelle domande dei suoi elettori, innanzi a quelle raccomandazioni dei sindaci, pressanti, insistenti, noiose. Sino a un mese prima, era stato un deputato freddo, ma compìto, rispondendo sempre, a tutti, talvolta il giorno stesso, non curandosi delle persone poco influenti, saggiamente rendendo servigi ai grandi elettori, a tutti coloro che potevano essergli utili, appagando costui con una promessa, per qualcuno ottenendo quello che desiderava, in realtà non disgustando nessuno. Ma tutti quegli affari gli erano prima tornati indifferenti, ora lo seccavano, lo irritavano: egli pensava solo a quel nido odoroso dove forse, in quel giorno, la dolce signora sarebbe venuta, rimetteva in saccoccia, con un moto nervoso, quelle lettere e andava a far colazione, presto, alle Colonne, solo solo, assorbito dal suo pensiero, immerso in una contemplazione buddistica dell'amore. Mangiava senza vedere: e se a un tratto la coscienza gli rimproverava di non rispondere alle lettere urgenti, si faceva portare della carta, il calamaio e la penna, e scriveva frettolosamente, brevemente, sopra un angolo del tavolino, lasciando raffreddare la bistecca.

Ma dopo un paio di lettere, la stanchezza, l'impazienza lo vincevano: e pagava il conto, andava via subito. Talvolta le lettere scritte gli restavano in tasca due o tre giorni, le dimenticava, non servivano più.

All'una era sempre in Piazza di Spagna, comprando dei fiori da tutti i fiorai, caricandosi di rose, di giacinti, di mammole, infilando subito il portoncino, preso da un'ansietà, quasi che donna Angelica dovesse essere là ad aspettarlo, lei, mentre egli aveva la chiave in tasca.

Subito, l'ambiente calmo, ricco, felice del quartierino gli procurava una sensazione di benessere. Là, certo, sarebbe venuta donn'Angelica: lo aveva promesso, sarebbe venuta. E si metteva ad accendere il fuoco, accovacciato per terra, come uno sposo premuroso e innamorato: non era contento, se non quando la catasta divampava, donn'Angelica adorava il fuoco vivo, che rallegra le fibre e riscalda il cuore.