Poi girava per la casa, metteva fiori nei vasi, cambiandovi l'acqua, buttando via quelli appassiti, nella piccola cucinetta vuota: e certe volte mutava posto a un fascio di giacinti, univa le mammole alle rose, le disuniva, mai contento, occupandosi a quel lavoro d'amante con un grande ardore. Girava per la casa: sempre la stanza da letto, con quel grande divano basso e molle, gli dava un crollo ai nervi. Ritornava in salotto, accanto al fuoco, al fuoco casto e familiare, al fuoco che purifica e che è l'immagine dell'anima nobile. Ivi aspettava.
Per fortuna, la contemplazione del fuoco è un grande diletto per gli spiriti pensosi e raccolti; così Francesco Sangiorgio poteva dominare, quasi cullare, la sua impazienza, poichè donn'Angelica non veniva.
Passando in quel salotto, accanto al caminetto, cinque o sei ore al giorno, solo solo, senza osare di muoversi, egli aveva imparato a seguire tutta la vita del fuoco, dalla lieve scintilla che si comunica, si propaga, si dilata, si dilata, sino alla vampa larga e crepitante: dalla incandescenza viva e forte, sino alla scintilla che si va restringendo, si appanna, muore. L'occhio suo, macchinalmente, in quei lunghi pomeriggi primaverili, soffocanti di dolcezza, seguiva la vita, l'accensione, la morte di ogni tizzo: e mentre tutta l'anima sua invocava e aspettava donn'Angelica, consumandosi come lui, con gli stessi ardori, gli stessi avvampamenti, gli stessi languori smorenti a poco a poco. Le maggiori ore di fiamma erano dalle quattro alle sei, in cui donn'Angelica avrebbe potuto venire: allora nel cuore dell'uomo e nel fondo del caminetto, era tutto un bruciare altissimo, una temperatura dove tutto si strugge, il coraggio e il metallo.
Ella poteva capitare da un minuto all'altro, era forse per le scale, si fermava sul pianerottolo, esitante, tremante: ed egli chiudeva gli occhi, nel sussulto caldo e febbrile di quell'idea: ogni giorno, dalle quattro alle sei, l'eccitamento dei nervi diventava acutissimo; e in quelle due ore l'incendio di una catasta di legna lambiva le pareti del caminetto. Poi veniva l'imbrunire: il desiderio e la speranza s'illanguidivano nel cuore dell'amante, accasciati in un sopore, s'illanguidiva il fuoco nel caminetto: cadeva la luce, cadevano le vampate, la cenere bigia del crepuscolo discendeva sulla terra, sull'uomo, sull'amore, sul fuoco. Egli usciva di là, ogni sera, alle sette e mezzo, fra il freddo della strada e della sera che lo colpiva: fra il freddo del disinganno che era in lui. Andava, smorto, tutto raggricchiato, con le mani in tasca e il capo chinato sul petto, come un miserabile febbricitante, che ha addosso il ribrezzo del male, come un giuocatore che ha perduta l'ultima sua partita.
E così, come il giuocatore che ogni giorno si abbatte nella sua delusione, ma ogni notte ritrova le forze per sperare e per giocare, più ardimentoso, più audace, l'amatore avvilito nella sua speranza ritrovava la sera al cospetto di Angelica la fede nell'Amore. Non la vedeva che fra la gente, non poteva quasi mai parlarle, ma lo sguardo di lei gli diceva sempre, esortandolo alla pazienza, alla rassegnazione:
— Aspettami, aspettami ancora: verrò.
Il giorno seguente, malgrado una voce scettica che gli parlava nell'anima, malgrado tutte le delusioni passate, egli andava a chiudersi più presto nel quartierino di Piazza di Spagna. Era una follia sperare che ella avesse potuto venire prima delle due: ma, nella sua impazienza, egli arrivava ogni giorno più presto, penetrando nel salotto a mezzodì col bel sole meridiano di aprile, ne usciva alla sera, sempre più tardi, alle otto. Alle volte, accanto al fuoco semispento, un assopimento lo prendeva, come quelli che colgono i febbricitanti: sonnecchiava, sognava quasi, svegliandosi in sussulto, credendo di aver udito squillare il campanello. Non era nulla: donn'Angelica non veniva. E in quell'attesa, un grande cruccio lo teneva: quando non doveva aspettare, immobile e solitario, donn'Angelica; quando non vi era ancora l'idea del quartierino, egli, in quelle ore, aveva la libertà di cercarla dovunque, al Parlamento, a una conferenza, a un ricevimento, a una passeggiata; poteva trovare un pretesto per andare, finanche, un minuto, in casa di lei: poteva, in mancanza di meglio, parlare di lei, un minuto, con don Silvio. Ma ora no. Mentre ella andava e veniva, forse a villa Borghese, forse a una visita di amiche, forse a una seduta parlamentare, mentre ella beava di sua presenza le donne, gli sciocchi, gli indifferenti, e il primo imbecille capitato poteva vederla, salutarla, parlarle: egli, che l'amava, che la desiderava, che viveva soltanto per lei, era ridotto all'inazione, all'impotenza, solo solo, fra quattro pareti, martoriato da due pensieri:
— Dove sarà? Verrà?
Prima, quando non vi era ancora l'idea del quartierino, egli faceva ancora parte del consorzio umano. Andava, veniva fra le gente, dominato da un sol pensiero, è vero, ma infine avendo tutte le apparenze dell'esistenza. I colleghi lo incontravano, discutevano con lui di politica, egli li ascoltava, macchinalmente, rispondeva loro, come un musicista che suona a orecchio; fingeva d'interessarsi ancora alla sua vecchia passione, — era ancora vivere, quello. Ma, ora, fra lui e la politica, fra lui e la vita, una grande divisione era accaduta: egli compariva un minuto solo a Montecitorio, di buon mattino, per quell'abitudine di aprir la posta, poi il quartierino di Piazza di Spagna ingoiava quel pensiero e quell'azione, sequestrava l'attività e l'attenzione di Sangiorgio. Tanto che, alla sera, quando si metteva in giro, per cercare donn'Angelica, egli ricascava nella vita, come un trasognato, non sapeva nulla, non aveva inteso e visto niente, non aveva parlato con nessuno, non aveva letto i giornali, aveva l'aria rimbecillita: tanto che sul conto suo cominciavano a correre di questi giudizi:
«Quel Sangiorgio! pareva una forza, ma che delusione....»