«In prima fila, dalla contessa di Genzano.»

«Andiamoci, andiamoci subito.»

Egli rientrò nel palco, s'infilò la pelliccia sulla marsina, salutò la signora e i due colleghi, discese con Sangiorgio.

«Che gran servigio mi avete reso! La signora si seccava, forse voleva ballare! Venite dalla contessa?»

«Non la conosco.»

In questo, da un palco di prima fila, una figura femminile, stranamente avvolta in stoffa turca, col capo e la faccia nascosti da un fitto velo bianco, uscì.

«Vieni con me,» disse con la sua sottile voce a Sangiorgio.

«È inutile augurarvi buona fortuna, collega,» mormorò Sangarzia, licenziandosi.

«Vieni con me,» ripetette ancora la donna, stringendogli un po' il braccio per trascinarlo via.

Erano le due e mezzo. La gente si accalcava al guardaroba per andar via, infilando i soprabiti con aria svogliata, avvolgendo la testa negli scialli, a guisa dei funamboli che, dopo aver eseguito dei giuochi in piazza, mettono una giacchetta vecchia e stinta sugli stracci di raso, dalle pagliette d'oro.