«Vieni, vieni,» disse, presa d'impazienza, la donna, mentre Sangiorgio s'infilava il paletot.
Fuori, ella distinse subito la propria carrozza e vi si cacciò premurosamente, attirandosi dietro Sangiorgio.
«A casa,» ella aveva detto al cocchiere.
Ma quando fu dentro, dietro gli sportelli chiusi, ella si tolse rapidamente il velo dal capo e lo buttò sul sedile di rimpetto: si disciolse, con un po' di nervosità, strappando le spille, stracciando la frangia, da quel mantello orientale: una pelliccia col cappuccio era nel fondo della carrozza, ella la indossò. Sangiorgio l'aiutava, in silenzio. Ella guardò un momento nella strada.
«Ah! vi è la luna!» mormorò con una grande dolcezza.
E picchiò sui cristalli per dire qualche cosa al cocchiere. Subito la carrozza si fermò, in Piazza Barberini. Ella discese presto e si rialzò sul capo il cappuccio del mantello.
«Va' a casa,» disse al cocchiere: «dì' a Carolina che vada a letto: ho la chiave.»
Restarono soli, in Piazza Barberini. Lo zampillo della fontana, alto, mormorante, scintillava sotto la luna.
«Volete che passeggiamo un poco? Nel teatro si soffocava.»
Egli le offrì il braccio, deciso a non meravigliarsi di nulla. Andarono per Via Sistina, la grande via che ha un'aria così aristocratica di giorno e così paurosa la notte. Ella si stringeva a lui come se avesse freddo e paura, come se volesse farsi piccola, per mettersi sotto la sua protezione: ma restava forte e alta nel suo mantello nero: sotto il cappuccio gli occhi brillavano. E quella persona, quegli occhi avevano la qualità singolare, che è la simpatia: un fascino violento che turba i sensi. Di nuovo Francesco Sangiorgio si sentiva preso, come nel salotto, quando ella disprezzava così brutalmente l'amore. E l'impressione era profonda e acuta, senza niuna dolcezza, uno sconvolgimento, un tumulto, un principio di ebbrezza.