«Che silenzio!» diss'ella, con una voce che fece vibrare tutt'i nervi di Sangiorgio.
«Dite ancora qualche cosa,» mormorò lui.
«Che cosa?» domandò ella, piegandoglisi sulla spalla.
«Quel che volete, quel che volete: la vostra voce mi piace tanto.»
Invece donna Elena non rispose. Erano arrivati sulla piazzetta di Trinità dei Monti, illuminata dalla luna. L'obelisco si allungava nella blandizie lunare e la sua ombra, alta e sottile, si disegnava sulla facciata della chiesa; il viale alberato che conduce a villa Medici e al Pincio era tutto chiaro. Essi si accostarono all'alto parapetto della piazzetta, da cui tanti malinconici contemplatori hanno guardato Roma, nelle ore del tramonto. Ma Roma si vedeva molto confusamente, annegata in una chiara nebbia plenilunare che pareva quasi la continuazione del cielo bianchissimo, una discesa di orizzonte che aveva avvolto le case, i campanili e le cupole.
«Non si distingue nulla, peccato!» disse donna Elena.
E forzando un po' il braccio di Sangiorgio, lo condusse verso una scalettina che si allunga sulla facciata della Trinità: non la scalettina a due rampe della chiesa, ma la scaletta che porta al convento, dove le monache e le bimbe in educazione vivono in comunione. Quella scaletta ha un piccolo pianerottolo di fronte alla porticina e un parapetto. Lassù donna Elena fece salire Francesco Sangiorgio.
«Bussiamo al convento?» domandò ella quasi tentando la catenina di ferro. «Noi siamo due pellegrini freddolosi che chieggono ospitalità.»
E rise, mostrando quei bianchi denti raggianti che rendevano irresistibile la sua risata. Già, ella non sorrideva mai: rideva. Ma anche dal poggiuolo nulla si vedeva: soltanto il mare di nebbia, trasparente, biancastro, latteo, sembrava più vasto. In linea retta si scorgevano i pochi lumi che restavano ancora accesi, alle tre dopo mezzanotte, in Via Condotti. Sotto, Piazza di Spagna si dilungava, nella sua calma e grandiosa bellezza architettonica, da Propaganda Fide a Via Babuino.
«Andiamo via,» diss'ella.