«E i padrini fissarono le condizioni?» domandò.
«Non ancora: ho convegno con loro alle undici,» e si levò per andarsene.
«Mi raccomando, non parli con giornalisti: un duello parlamentare è per loro un grande pascolo. Buona fortuna, onorevole collega.»
Sangiorgio se ne andò, sentendo che la freddezza della voce del presidente e la tranquillità taciturna dell'onorevole Freitag si equivalevano.
Nella via, sul Corso, si fermò, indeciso. Aveva dato convegno ai suoi padrini al caffè Aragno; ma una invincibile ripugnanza gli vietava oramai questo vagabondaggio notturno di caffè in caffè, in quell'artifiziale attendamento di deputati, di giornalisti e di curiosi che non hanno famiglia e passano la loro serata in quelle sale calde, piene di fumo; gli veniva, gli cresceva un fastidio immenso della gente che domanda, che chiede, che vuol sapere, che commenta, sempre indifferente. Sapeva che Castelforte e Scalìa si sarebbero trovati con Lapucci e Bomba agli Uffici: preferì risalire, verso Montecitorio, lentamente, comprando i giornali al chiosco di Piazza Colonna, leggendo sotto un lampione, sotto il portico di Velo.
I due o tre giornali della sera annunziavano il duello con una certa solennità, uno metteva solo le iniziali, ma aggiungeva che i tentativi di riconciliazione erano riusciti infruttuosi. Egli li conservò in tasca, e, preso da un po' d'impazienza, andò a passeggiare su e giù innanzi al Parlamento. Le grandi finestre degli Uffici erano tutte illuminate, i commissarii lavoravano ancora: ma la piazza era deserta, la grande piazza senza botteghe. Egli andava su e giù, girando attorno all'obelisco, dagli Uffici del Vicario agli Orfanelli, dagli Orfanelli alla Missione, con le mani in tasca, la testa abbassata, camminando presto per combattere l'umidità che gli entrava nelle ossa.
Il portone dell'Albergo Milano che dà sulla piazza si chiuse, dopo l'arrivo dell'ultimo omnibus della stazione: i padrini non discendevano ancora. E lui si seccava di lasciarsi vedere dai deputati che avevano passato la serata alla Camera, e quando qualcuno ne compariva sulla porta, si fermava, o si allontanava colto dall'impazienza. Finalmente Scalìa e Castelforte comparvero sugli scalini: la lunga figura del conte lombardo si delineò accanto a quella più piccola, ma membruta del deputato siciliano. Parlavano fra loro, vivamente, poi scesero e si avviarono verso giù. Sangiorgio li raggiunse correndo:
«Non ho voluto aspettarvi al caffè: è pieno di gente e tutti vogliono sapere e io non voglio aver l'aria di posare,» spiegò lui, ai padrini.
«Avete fatto bene,» disse Scalìa. «Quand'uno deve battersi, è meglio non lasciarsi vedere, per delicatezza. Quel posatore di Oldofredi ha declamato tutta la serata alle Colonne: ora è al teatro, all'Apollo, per farsi ammirare. Basta, tutto sembra combinato.»
«L'acqua Acetosa, fuori Porta del Popolo, è un buon posto,» soggiunse Castelforte, «poichè ci si va presto. Abbiamo fissato per le dieci, verremo a prendervi alle otto e mezza.»