E guardandola ardentemente nella faccia soavissima, a cui quell'ombra di dolore dava una espressione altamente spirituale, non considerando più altro che quel volto bianco quasi impregnato, quasi saturo di lagrime, avendo tutto dimenticato nella contemplazione amorosa di quella donna, egli sentiva in sè tutta una mirabile trasformazione. La infinita amaritudine ond'ella appariva compresa, a poco a poco, per naturale assorbimento dello spirito passò in lui: fu come una penetrazione di sentimento, lenta, ma sicura, infallibile. Egli non domandava che fosse, ma sentiva tutta la sua personalità scomparire, annegarsi, morire in quella donna: egli era preso, non da lei, forse, ma da quello che ella provava. Tutto il vago, l'arcano, il mistico di un dolore femminile, senza lamenti e senza lacrime, senza cause e senza limite, gli saliva dal cuore al cervello, allargandosi, prendendo possesso, scacciando quanto altro mai trovasse sul suo cammino. No, non era più la pietà, la grande natural pietà dell'uomo verso la donna che soffre: la pietà è ancora un sentimento personale, la pietà è ancora un egoismo, la pietà è ancora il grido dell'individuo. Era lui, lui che soffriva, ora, come se la tortura di quel cuore femminile fosse la propria tortura; era lui che sentiva la puntura acuta delle lagrime che ella non versava, abbruciargli le palpebre; era lui che spasimava nell'altruismo, parendogli di esser perduto nell'angoscia, in un grande vuoto angoscioso, come quella donna appariva perduta, nuotante nel vacuo della sofferenza.
Poi, come l'ora funebre procedeva, pel tempio pagano dove degnamente posava l'Eroe, si diffuse un sottile odore cristiano, d'incenso: e le spire eleganti salirono dall'altare alla vòlta, sempre più sfumate, sempre più lievi, perdentisi come preghiere per salire sino al trono della divinità. E l'incenso aveva anche sapore aromatico di pianto: e il profumo, salendo dalle nari al cervello, agiva profondamente sui nervi, carezzandoli con una amarezza voluttuosa. Nella penombra tutto parve ondeggiasse a quel bacio triste e aromale, i volti femminili parve si piegassero tutti, per nascondere il tremolìo delle labbra: e la testa della donna che egli guardava, reclinò, come se le mancasse la forza. Egli trasalì, fece quasi per accostarsi a lei e sostenerla: ma una singolare paralisi teneva legati i suoi movimenti. L'incenso bruciava, bruciava, nei vaselli d'argento, senza fiamma incandescente, vincendo le ultime forze sue.
Un campanello risonò, con uno squillo che parve sonoro in tanto silenzio ed era debole: donn'Angelica scivolò dalla sedia sul marmo freddo del pavimento, chinò la testa fra le mani, non era che un mucchio di roba nera, abbattuta per terra, ignorata, ignorante, smarrita. E lui, senza inginocchiarsi, senza chinare il capo, senza pregare, sentiva di essere annientato nell'annientamento di quella donna, tutto gli sembrava finito, come tutto era finito per lei. A ogni nuovo squillo del campanello, come ella sussultava, quasi chiamata da una voce lontana, lo stesso movimento si ripercoteva in lui: nulla che nascesse in lei, spiritualmente, che non si svolgesse in lui, subito, per ripercussione.
Attorno al catafalco, una fila di preti si schierò, tenendo nelle mani i cerei accesi: la croce d'argento, dove era confitto il Cristo Redentore morente, stette immobile, di fronte alla bara. E dalla musica, una voce partì, stridula, straziante, una voce che non cantava, ma gridava, una voce che non pregava, ma chiedeva: libera, libera, libera me, Domine. L'invocazione cristiana, il grido di dolore che chiede la liberazione, fece levar gli occhi alla dolcissima donna. E nei suoi tratti, che il pallore di fiore languente facea sembrare quasi consunti, nei suoi tratti sfigurati, un potente verissimo desiderio nasceva.
Ora, mentre la voce aspra e quasi straziata del cantore domandava al cielo, con la emozione mistica, la liberazione, donn'Angelica, dopo aver percorso tutti gli stadi imprecisi, roteanti del dolore, sentiva in sè precisarsi la necessità del suo cuore. Ella parlava al Signore, ora; le sue labbra si agitavano, chiedendogli la liberazione. Quanto era stato d'indefinito sin allora, si definiva: la liberazione. La liberazione di tutto quello che era stato, bene o male, felicità o infelicità. — Tutto, fuorchè questo, Signore: tutto, fuorchè quello che è stato, Signore misericordioso: tutto, fuorchè il tremendo passato, Signore pietoso. — La liberazione: e per Colui che giaceva nel sepolcro e di cui si celebravano i funebri, la liberazione era giunta, in cima al vertice glorioso dove egli era salito, — era giunta, chissà, forse gradita. E peso reale della corona, pondo di regno, responsabilità grave di leggi e di volontà regali, cumulo di pensieri, di cure, tutto, la liberazione era venuta a cancellare da quell'anima, quietandola nella pace suprema. — Come dorme il re, fatemi dormire. Signore di bontà, come avete liberato la forte anima del re, o Signore, liberate la debole anima mia. Sia pure la morte, la liberazione; fatemi morire e liberatemi, Signore!
In un momento supremo, la bella donna straziata tese le braccia al cielo, nella penombra; e in quella preghiera, le calde lacrime ribelli, tanto tempo frenate, le scesero giù per le guance.
Egli aveva inteso, misticamente, quanto ella domandava al Signore: e quella preghiera funebre, quell'ultimo affanno doloroso, riassunto in una parola, quella richiesta del cristiano agonizzante, erano sgorgate anche da lui, nella musica, nella voluttà triste dell'incenso, nel crepitìo sepolcrale delle fiammelle, nell'ondeggiare vago della luce, in quel cerchio azzurrognolo del velario che parea si muovesse. Nacquero, sgorgarono dal suo cuore virile le frasi di desolazione, che ella aveva proferite: egli volle quello che ella voleva. Un piacere dell'anima, altissimo, si svolgeva da questo desiderio comune: lo spasimo era così acuto, la volontà era così intensamente concentrata in una sola cosa, che la vita parve a lui si moltiplicasse. E quando si volse e la vide piangere, spossata, cedendo all'intenerimento successivo ai grandi piaceri, ai grandi dolori, egli abbassò il capo superbo. In verità, egli piangeva, per amore.
Col viso quasi nascosto da un fascio di rose bianche, con cui ella giocherellava e il cui fresco, invernale profumo, le coloriva le guance, donn'Angelica ascoltava la conversazione fra suo marito e Francesco Sangiorgio.
Essi parlavano di politica, da un'ora: in verità, era piuttosto don Silvio Vargas che ne parlava, un po' arrovesciato nella sua poltroncina, fumando un pestilenziale sigaro toscano, guardando i delicati fiori dipinti sul soffitto grigio chiaro del salottino. Ne parlava con la sua secca voce fischiante, a sussulti, a frasi spezzate, sbuffando fumo, tirandosi ogni tanto il mustacchio rimasto rado malgrado la vecchiaia, rimasto castagnino come i capelli, malgrado gli anni. L'età non si vedeva in quel vecchio magro che nelle rughe finissime all'angolo dell'occhio, un ventaglio che si allargava verso le tempie; in due rughe profonde, agli angoli delle labbra, che il sorriso vi scavava: nella durezza di tutta la fisonomia diventata quasi lignea; nel collo scarno, dove i tendini si movevano come corda di strumento. Ma del resto era forte e robusto nella sua magrezza, come quei legni di quercia che s'induriscono per tanti anni nell'acqua prima di poter essere adoperati: e quando conficcava sotto l'arco sopracciliare destro la lente rotonda, senza cornice, sospesa a un cordoncino nero, la fisonomia acquistava una vivacità, quasi una giovanilità.
E quella lente, in don Silvio Vargas, era un barometro infallibile: nelle ore di riposo quasi quasi l'arco del sopracciglio non la reggeva: nelle ore d'indifferenza pareva smorta, appannata, l'occhio dietro di essa era chiuso o socchiuso, immobile; nelle ore di stanchezza profonda, di delusione, la lente si staccava dalla sua orbita, ricadeva sul petto, si perdeva fra le pieghe del soprabito e della sottoveste; nelle ore di battaglia, di scaramuccia, di combattimento, la lente stava ritta, al suo posto, lucida, nitida, l'occhio era aperto e scintillante. Gli avversari e gli amici, troppo passionati per essere osservatori, non avvertivano questi mutamenti che più tardi, dopo: il barometro politico essi lo trascuravano: sentivano la gagliardia o la debolezza, non vedevano dove si manifestavano.