Donn'Angelica Vargas, quando aveva inteso annunziare, dopo colezione, il deputato Sangiorgio, si era levata per andarsene. Ma il marito, mentre chiudeva un giornale e ne apriva un altro, le aveva detto di restare, brevemente, come quando voleva essere ubbidito. Ella era rimasta ritta, presso una giardiniera fiorita di cinerarie, malgrado il rigore invernale: e salutato colui che entrava, non era intervenuta nella conversazione. La svelta e giovanile persona, smesso l'abito di cordoglio, era mollemente avvolta in una vestaglia a grandi pieghe, di colore, di stoffa, di foggia monacale: un grosso cordone di seta girava intorno alla cintura: le belle mani fini erano perdute nell'ampiezza delle maniche. Ella, ogni tanto, si voltava: e a un motto arguto o vivace di suo marito, sorrideva per dimostrare che prendeva parte alla conversazione, che intendeva, che approvava: a una risposta di Sangiorgio, a una osservazione, a una riflessione, ella si voltava a guardarlo, una breve occhiata, ma intelligente, ma apprezzatrice. Pure, si occupava delle piante, amorosamente, osservandole con una grande attenzione, togliendone via la polvere dalle foglioline che ne erano coperte, staccando i piccoli rami secchi e i fiorellini già fracidi, che deturpavano la bellezza di quelli freschi. Si vedevano andare e venire, intorno alle molte piante verdi, onde il salottino pareva un boschetto primaverile, le mani bianche, piccoline, uscenti dalla larghezza claustrale delle maniche: e le dita avevano una gentilezza infantile. Chinandosi sulle pianticelle, la testa abbassata lasciava vedere il biancore attraente della nuca, dove i capelli neri segnavano una linea sinuosa e fitta. Quando si rivolgeva verso don Silvio o verso Sangiorgio, nel volto soave era scomparsa, dalle palpebre, l'ombra violetta delle lagrime versate o delle lagrime soffocate: una pacatezza amabile vi regnava. Poi, a un certo punto, ella aveva di nuovo interrogata la faccia legnosa di suo marito: l'occhio vivido dietro la unica lente le aveva detto di rimanere. E poichè ella aveva finita la visita quotidiana alle sue piante, da un vasello aveva preso il fascio delle rose, era andata a sedersi in una poltroncina presso un balcone e odorava i fiori, mentre un po' di sangue le saliva alle guance pallide. In verità, sulle sedie, sui tavolinetti, sulle mensole era un grande trascinar di giornali, aperti, buttati via, non aperti ancora, con quell'acuto odor d'inchiostro di stamperia: sul tappeto le fascette, sparse, multicolori, a brani, strappate con violenza e con noncuranza. Ma donn'Angelica non li prendeva, i giornali, non li toccava, non li guardava neppure: il suo piede aveva scartate due o tre fascette, come per istinto di pulizia intorno a sè. Odorava i fiori.

Francesco Sangiorgio era venuto in quella casa, in Piazza dell'Apollinare, chiamato da don Silvio Vargas: il ministro dell'interno si era fermato con lui, sulla soglia del Pantheon, gli aveva passato il braccio sotto il braccio ed aveva parlato con lui, sottovoce, per qualche minuto. Poi, aveva insistito perchè andasse da lui, non al ministero, non a quel dannato palazzo di Braschi che sembra un mercato, che è ancora Piazza Navona, nella notte della Befana: venisse a casa sua, all'Apollinare, dopo colezione, doveva parlargli, che diamine, non si lasciava veder mai.

«Domani, allora?» chiedeva Sangiorgio, esitando. «Ma che domani, oggi stesso;» aveva bisogno di parlargli. E passando dal braccio di Sangiorgio a quello di sua moglie, se ne era andato. Sangiorgio era capitato, all'una, all'Apollinare; temendo fosse ancora troppo presto, fu preso da una esitazione innanzi al campanello. Ma dentro, si era inteso subito bene, tranquillo, innanzi alla cordialità di don Silvio; soltanto, mentre il ministro parlava, giudicando uomini e cose, egli ascoltava, sì, ma seguiva tutti i movimenti molli ed eleganti di donna Angelica.

«Fumate, fumate,» gli aveva detto don Silvio, offrendogli dei sigari e continuando a masticare il suo toscano.

Egli aveva guardato dalla parte della signora:

«Mia moglie è abituata, non le fa nulla,» aveva soggiunto brevemente il ministro.

Pure, Sangiorgio non aveva fumato, malgrado il bel sorriso di donn'Angelica. Seduto presso un tavolino, più che parlare, ascoltava: poichè a don Silvio piaceva di essere ascoltato. Il ministro che adorava la politica, ardentemente, come un appassionato ventenne, era quel giorno in collera con lei: e negli stessi rimproveri che le dirigeva, nel disprezzo che mostrava di averne, nella nervosità, ora sarcastica, ora collerica, con cui ne parlava, si sentiva la passione, la vecchia passione, tutta fiammeggiante ancora, che gli abbruciava le vene di antico parlamentare. A Sangiorgio, in don Silvio, come in un sogno, gli pareva di udire una parte dei propri pensieri, uno sfogo del suo spirito vaneggiante, i cui deliri mai a nessuno aveva confidati.

Riconosceva quella febbre interiore che lo travagliava da anni, senza sfogo, mentre in don Silvio quel morbo spirituale trovava il suo sviluppo nell'idea e nella parola: era troppo vecchio e troppo appassionato, il ministro dell'interno, per celare più il suo sentimento: non era più tempo d'infingersi. Questo fuoco intimo aveva dovuto conservare ancora vivo lo spirito di don Silvio: Sangiorgio si spiegava ora la ragione di tanto lunga e ostinata vigoria.

Ogni tanto, don Silvio, guardando Sangiorgio, smetteva quel ghigno che rendeva più profonde le rughe degli angoli labiali e sorrideva come intenerito. Oh, egli non dimenticava, no, che il suo predecessore era caduto dietro un discorso e dietro una mozione di Sangiorgio: nè si scordava del reciso rifiuto di Sangiorgio a voler entrare nel rimpasto. Non gli aveva mai potuto dire la sua riconoscenza, ma da quando la Camera si era riaperta, egli lo guardava affettuosamente, lo chiamava a sè, lo consultava, con un'aria fra la deferenza e la cordialità.

«In fondo, il potere vi secca», disse, in una pausa di silenzio, Sangiorgio.