—Guarda, Adele, quanto è bello….
—Bellissimo—rispondeva lei, subito.
Viceversa, il suo cuore era pieno di tristezza, per quell'ambiente. Fra le altre cose, ella temeva per Paolo e anche per lei, di prendere la febbre in quei giorni di autunno, in quelle ore crepuscolari. Ella che non aveva l'abitudine di fumare, gli chiedeva una sigaretta. Le avevano detto che la sigaretta è eccellente, contro l'infezione della febbre romana:
—Tu fumi, cara?
—Sì, sì—diceva lei, con un pallido sorriso.
Ma presto la sigaretta, spenta, le cadeva dalle dita. Ella si stringeva nel suo mantello. Aveva i piedi gelati e non osava mai portare un plaid, per non dare fastidio a Paolo. Costui, assorto, taceva. Giacchè, nella consuetudine che aveva dapprima di andar solo nella campagna romana e nel gran fascino che quell'ambiente esercitava su lui, egli si dimenticava di avere accanto Adele Cima e lasciava trascorrere il tempo, nel più profondo silenzio. Il cocchiere seguitava a far trottare il cavallo, pigramente: la carrozza andava, andava, lontano, punto nero sopra la via giallastra; e Adele, obbliata, era presa da una voglia irresistibile di piangere. Allora, quando non ne poteva più, si voltava a Paolo, lo guardava coi suoi belli occhi grandi, sorpresi e un po' supplici. Egli la guardava, ma non aveva l'aria di vederla. Ella lo chiamava, piano:
—Paolo….
—Che vuoi?
—Dimmi qualche cosa.
—Che cosa?