—Non m'importa: se non potete restare, verrò con voi.

—Cara Luisa, voi perdete la testa, figliuola mia….

—Sì, sì, è da quella notte che l'ho perduta—ella rispose con aria smarrita.

—Da quale notte?—chiese lui, inconsciamente.

Ma si pentì subito. Presa da un impeto di disperazione, essa scoppiò in singhiozzi, torcendosi le mani, battendo la testa sulla scrivania, gridando fra il pianto:

—Oh Dio…. egli ha tutto dimenticato…. Signore, Signore, egli ha potuto dimenticare…. Oh Dio mio, ha dimenticato, ha dimenticato….

Sgomento innanzi all'opera che egli aveva fatta, non trovava parole per consolarla, come il malvagio monaco medievale del poeta, che evocato il demone, non aveva poi più il motto magico per rimandarlo all'inferno. La lasciava farneticare, impaurito e dolente, pentito e amareggiato, sentendo tutta la verità di quel dolore, sentendo ancora una volta la fatalità dell'amore aggravarsi nella sua vita. Poi, non reggendoci più, si levò, le andò vicino, le prese le mani, la chiamò per nome e allora un novello fiotto di tenerezza invase l'anima dell'infelice; ella si mise a domandargli, con una desolazione, con uno strazio di far pietà:

—Oh Massimo, Massimo mio…. perchè mi lasci, perchè te ne vai?… come posso stare, senza di te, come posso restare sola, se ti voglio bene…. Massimo, Massimo, non andartene, non essere senza cuore….

—Luisa, ti prego, non piangere, non dirmi queste cose….

E le tenne le mani, la guardò negli occhi, ipnotizzandola, tenendola sotto la sua volontà.