—Ma perchè?
—Perchè non vi amo di amore…
—Non importa, vi amerò io.
Egli la guardò, smarrito: l'ora era giunta, l'ora incalzava.
—Io amo un'altra donna!—proclamò lui, a voce chiara.
—Oh!—ella disse, come soffocando. Egli si alzò a metà, come se volesse aiutarla. Fredda, muta, Luisa lo fermò con un gesto. E solo nel guardarla in viso con gli occhi dove il cerchio nero, intorno, era diventato così largo, con le labbra bianche e con due pieghe alle labbra, dove prima si disegnava la curva del sorriso, con dieci anni di più, infine, con quella gioventù che pareva sfiorita per sempre, egli si sentiva torturare dai rimorsi. Ah, che egli non avrebbe mai voluto pronunziarla, la fatale parola, il segreto profondo del suo cuore, la nascosta angoscia di tutta la sua esistenza! Aveva esitato un'ora, arretrandosi davanti agli intimi recessi dove il suo amore viveva, non sapendo violare quel mistero impenetrabile, non sapendo ferire così mortalmente quel giovane cuore sì amoroso e disperato. Giammai, giammai, egli avrebbe confessato ad alcuno che amava, se quella desolazione di anima buona appassionata, non lo avesse spinto a tentarne così una disperata salvezza: il suo segreto sarebbe rimasto chiuso nel cuore, noto solo a Dio e a colei che aveva ispirato quell'amore, bocca umana non lo avrebbe ripetuto, orecchio umano non lo avrebbe udito, morto con lui, il segreto. Ma innanzi a quelle lacrime, a quei singhiozzi, innanzi a quella esistenza perduta, egli aveva finito per chiedersi se non era un poco colpevole, se non doveva espiare, tentando di togliere al naufragio quell'anima, con un rimedio estremo. E aveva dischiuso il tempio dove il suo idolo si ergeva, fiero e implacabile, aveva mostrato alla disgraziata fanciulla che l'altare aveva la sua dea, invitta, immortale. Egli, il più mistico fra i sacerdoti dell'amore, che stava a guardia, silenzioso, immoto, del tabernacolo che niun occhio d'uomo doveva rimirare, aveva adesso sollevato i veli sacri e mostrato all'occhio di Luisa la immagine divina. Si sentiva adesso fiacco, senza coraggio, senza forza, come se quella parola di rivelazione, avesse vuotato a un tratto le sue vene. Aveva detto.
Luisa non piangeva, non singhiozzava, non sospirava: era seduta al suo posto, con la faccia nascosta fra le mani sovrapposte, non dando segno di vita: anche le mani che avevano tremato sempre, ora erano ferme, bianche come quelle di una statua. Quando le abbassò, quando rialzò il capo e Massimo potette vedere la sua faccia, egli sentì il danno fatto. Oramai la luce di quegli occhi dolci e amorosi si era intorbidata per sempre, e li opprimeva la inguaribile mestizia delle speranze infrante: oramai le traccie del riso erano cancellate da quella delicata e giovanile fisonomia, mentre fra le sopracciglia si creavano quelle due rughe dolorose delle lunghe cogitazioni malinconiche; oramai il sangue era fuggito da quelle fresche, fragranti labbra e il pallore della viola, fiore esangue, fiore dolente, vi si era impresso, per sempre. La disgraziata aveva parlato, nella sua ansia, nel suo abbandono, di risa, di canzoni: ma bastava guardare la serietà oramai incancellabile del suo viso, per intendere che eran finite, per sempre, le canzoni e le risate. Ah veramente, veramente, come l'antico audace che tentò disollevare la cortina del tempio, come a Salammbo, figlia di Amilcare, che pose sul suo capo il velo di Tani, cosparso di stelle e commise il sacrilegio, così la povera umile fanciulla era stata fulminata perchè aveva tentato di schiudere un cuore, perchè aveva voluto entrare nel sacrario della dea. Invero, egli aveva in sè una pietà immensa e sterile, una pietà fiacca e triste, per quella creatura fulminata: non sapeva dirle più nulla, la fatalità sfugge alla discussione, e non ha conforti che l'attenuino. Infatti, fu essa la prima a parlare. Era una voce senza dolcezza, senza tristezza, non velata, non roca, ma veramente spezzata: nessun sentimento vi vibrava più: infranta. Adesso le domande che faceva, stanche, lente, sembravano l'appagamento di una mesta curiosità, un riandare sulla sventura, così, per sapere: senza che la conoscenza novella potesse mai più cangiare nulla di quello che era stato.
—Voi l'amate…. molto?
—L'amo: quando si ama, si ama.
—Lo so—-replicò ella, sempre senza fremito nella voce, sempre senza luce negli occhi.—Lo so: domandavo…. così…. per sapere.