Il braccio di Luisa era disteso sulla scrivania e la mano sottile aperta sul panno scuro. E pareva così abbandonata, così bianca, che a lui sembrò vedere, veramente, una mano di persona morta. Ma salvo ad averne una infinita compassione, che cosa ci poteva fare, lui? Ambedue soffrivano, e malgrado tutto, l'uno non poteva aiutare l'altro nella propria disgrazia; essa lo amava, egli, aveva di lei una pietà grande, ma l'uno non poteva tergere neppure una lacrima dell'altro. Così è, l'amore. La divina armonia di due cuori che si scelgano e che si amino, non risuona che assai raramente, nelle anime umane. E non è, invece, che una catena, l'amore, di cui gli anelli sono di metalli diversi, male appaiati, di forme diverse, che si corrodono e si contorcono, senza potersi spezzare. Che ci poteva fare, lui? Tutto era inutile, tutto.
—Voi l'amate da molto tempo?—ricominciò lei, con quella intonazione d'indifferenza, che faceva più male di uno straziante singhiozzo.
—Da molto tempo.
—Da quando?
—Da…. sempre.
—Non avete mai amata alcun'altra?
—No: mai. Vi è un amore che altri non ne ammette.
—È vero: lo so—ella disse, chinando gli occhi.
Poi, tacque, pensando. Sembrava che riflettesse a un'altra domanda da fare, e che temesse di farla, di cui non potesse ritrovare la forma. Difatti, due o tre volte fu lì lì per parlare, quasi che la parola volesse fuggirle irresistibilmente dalle labbra; ma si rattenne. Egli aspettava, oramai deciso a dir tutto, sempre più debole, sempre più esausto di forze morali. Invero erano due infelici creature: ma non vi era nessun rimedio. Alla fine, ella, si decise e disse:
—Voi l'amerete…. sempre?