Andarono, per i grandi saloni, per la scalea scuriccia: un servo aprì loro il portone che dava, per tre scalini, sulla laguna. L'acqua appena appena fiottava, contro il marmo corroso. Il barcaiuolo che sedeva a prora della gondola, senza far nulla, aspettando, si levò subito e domandò qualche cosa, nel suo dolce dialetto:
—Ha detto—spiegò Ferrante a Grazia, interrogandola—se deve togliere il felze.
—Sì, sì—rispose ella subito—lo tolga pure; lì sotto si soffoca.
E aspettarono: il gondoliere, con un certo moto bizzarro, essendo entrato nella negra cabina dagli ornamenti di ferro lucido, ne sollevò con le spalle tutta la parte superiore, simigliante alla gobba nera di un dromedario, al coverchio di una lunga bara di ebano dalle intarsiature artistiche e dalle finestrine microscopiche: sempre portandola sulle spalle, la depose innanzi al portone, raccomandando al servo questo negro felze. La gondola ora aveva la sua aria di barca da passeggiata, con l'elegante rostro lucido a prora, i due posti di divano, a poppa, foderati di panno nero, adorni di cordoni e di fiocchi di lana nera, sgabelli neri su cui appoggiare i piedi. Grazia e Ferrante vi si sedettero, senza dire nulla: e il gondoliere cominciò a remare verso il Rialto, senza aver loro chiesto nulla. Quel giorno lo scirocco era più pesante del solito e dava pena al respiro. Delle zàttere cariche di carbone andavano per il Canal Grande, con un moto così lento che pareva quasi indistinto; l'uomo della zàttera puntava sul fondo del canale con una lunga pertica e, facendo forza, e camminando sulla zàttera in senso inverso della corrente, la faceva avanzare. Era tutto bruno, arcuato, quasi piegato in due, e passando vicino, Grazia udì uscirgli dal petto un gemito rauco e cadenzato, quello che esce dal petto dello spaccalegna.
—Questo non canta certo le ottave di Torquato Tasso, come dicono i poeti di Venezia—osservò Ferrante, nel cui cuore lo scetticismo soverchiava ogni tanto il sentimento.
—Eppure questa laguna avrebbe dovuto esser fatta solo per l'amore e per l'arte—mormorò ella, aspirando il profumo di un mazzolino di violette—non per il duro lavoro e per la miseria.
—Gli uomini guastano tutto—osservò sentenziosamente Ferrante.
—Sì—approvò lei, chinando il capo.
La gondola andava lentamente, fra il gorgoglìo delle acque smosse; a un certo punto, lasciando il Canal Grande, infilò un piccolo canale, fra due alti palazzi grigio-verdastri. Così faceva sempre il gondoliero che li conduceva in giro, senza chieder loro dove volessero andare. Due o tre volte lo aveva chiesto: ma essi si erano guardati in faccia, esitanti, non sapendolo. Ora, non domandava più. A ogni voltata di piccolo canale gli usciva dal petto un grido gutturale di avvertimento; a cui spesso rispondeva un altro grido, simile, dall'altro gondoliere che gli veniva incontro, con la sua gondola.
—Perchè le gondole sono così nere, nere dappertutto, nel panno, nel legno, nei cordoni, nei fiocchi?—domandò distrattamente donna Grazia.