—La perfidia? A chi, dunque?

—A voi.

—A me?

—Proprio. Se io fossi stata una buona e affettuosa donnina e non una civetta infernale, se fossi stata un'anima pia e tenera e non una beffarda e arida creatura, mi avreste amata ben poco, credetemi—e le lampeggiarono gli occhi, come in quei tempi in cui egli delirava per quegli occhi.

—Se voi foste stata non buona, ma umana, semplicemente umana, Clara—egli disse, a voce bassa—allora, voi non avreste disfatta la mia vita.

—Veramente, disfatta? Mi sembra che stiate benissimo—e sogghignò.

—Io non mi lagno, signora—rispose Serra, semplicemente, ma senza durezza—e non vi rimprovero.

Ella lo guardò, in silenzio. Veramente, in quel momento, mentre attraversavano piazza Colonna tutta fulgida di lumi, Giovanni Serra le parve invecchiato. Su quegli occhi azzurri che ogni tanto aveano qualche cosa d'infantile, parea che veli e veli di lacrime fossero passati, nell'ombra e nella solitudine, quando l'uomo può lasciar erompere il suo dolore, oltre le dighe della fierezza. Su quelle labbra si era posata una stanchezza che ella soltanto ora scorgeva, la stanchezza di aver invano chiamato un nome, di aver invano invocato un bacio, di aver invano singhiozzato, nelle ore solinghe dell'abbandono. Per la prima volta, e con una intensità profonda, ella sentì che vi hanno ferite che non si chiudono mai, e sentì che il tempo può portare via una vita, ma non può portare via un dolore da un uomo vivente.

—Quanti anni avete, ora, Serra?

Ella lo chiedeva, così, vagamente, tristemente.