Così camminarono in silenzio verso la casa di Clara. Ella andava a capo basso, sentendo di avere errato ancora, di avere inutilmente violato la fierezza del proprio cuore, mostrandone il segreto dolore, a un uomo che non poteva avere pietà di lei: sentendo di avere nuovamente offeso quel cuore che era stato così intieramente suo e che ora non aveva più forza pel desiderio, avendone solo per la dignità. Più amaro crebbe in lei il rimpianto, comprendendo di essere passata accanto all'amore, alla devozione, alla dedizione più completa, senza accorgersene, abbandonando alla solitudine, all'angoscia questo cuore inutilmente devoto e inutilmente affezionato. Era troppo tardi, oramai, anche per far risorgere in questo cuore una mite affezione: troppo tardi, per ridare a questo cuore la bella luce della fiducia. Due volte, quasi fosse sola, ella fece un piccolo cenno definitivo, con la mano aperta che pendeva lungo la gonna e le cui dita pareva avessero lasciato andare un piccolo e prezioso tesoro. Camminavano accanto: ma ella che non aveva mai capito chi egli fosse, intendeva che le loro strade erano diverse. Quando furono innanzi al portone, si fermarono. Egli aveva l'aspetto più stanco che mai; ma niuna durezza vi fu nello sguardo con cui la fissò.
—Buonasera—ella disse, con un'intonazione monotona.
—Buonasera—egli rispose, cavando il cappello e facendole un grande saluto.
Ma non si lasciarono subito. Parea che si dovessero dire qualche altra cosa. Parea che ambedue sapessero di non doversi veder più e che una qualche cosa, più intima, più misteriosa, si dovessero dire. Ella gli stese la mano: egli la rattenne un poco fra le sue, ma senza stringerla. Ambedue sedavano a stento il tumulto delle loro anime. Poi, a un tratto, egli le domandò una cosa strana, impensata:
—Che fate ora, sopra?
—Io? Nulla.
—Qualcuno vi aspetterà?
—No. Nessuno.
Il tono era della più perfetta franchezza.
—E voi, che fate?—chiese ella con eguale incoscienza.