Così, mentre Giovanni risaliva tutta la piena della sua grande sciagura sentimentale e con la sua sensibilità fine e tenera ne approfondiva, narrandoli, tutti i dolorosi particolari, Clara che aveva un temperamento più fantastico che sensibile, esagerava, con una dura voluttà di abbassamento, contro sè stessa, la propria aridità passata e l'atroce perfidia. Tanto che, alla fine, secondandolo e sorpassandolo ella, ambedue sembrarono accanirsi contro una persona assente, lontana, morta, che ad ambedue avesse commesso i più gravi torti. Anzi quella lunga istoria intima, tenuta chiusa nel cuore per dieci anni di esistenza triste, priva di spirituali conforti, traboccando dalle labbra di Giovanni perdeva molta amarezza, nello sfogo: e la naturale indulgenza di quel cuore virile che non sapeva dimenticare, ma sapeva perdonare, trovava delle misteriose scuse alla donna che era stata con lui senz'amore, senza carità, senza pietà. Invece, quella medesima istoria, a Clara sembrava più lugubre e più ignobile che mai, quando ella pensava il come e il perchè della sua perfidia e della sua durezza. Internamente, ella si maltrattava, molto più che Giovanni l'avesse maltrattata mai, nei momenti di maggior furore. Ogni tanto, quando egli le aveva descritto una delle sue sere tragiche, di quel tempo, quando egli passeggiava le serate intiere sotto la sua casa, non per vederne le finestre illuminate, giacchè ella era fuori, a ridere, a divertirsi, ma per aspettarla quando tornava, per vedere con chi tornasse, per vedere il suo bianco volto nella oscurità, per udire quel riso alto e beffardo e per allontanarsi, non salutato, non riconosciuto, non visto, non rammentato, egli, col più tenero dei rimproveri, le prendeva le mani e le chiedeva:
—Come avete potuto essere così cattiva?
Ella non s'inteneriva, col viso chiuso, con le sopracciglia aggrottate, piena d'ira e di disprezzo contro questa Clara tanto colpevole, e rispondeva, duramente:
—Io sono stata sempre cattivissima.
—Chi sa….—mormorava lui, nella semplice clemenza del suo animo—chi sa per quali strane ragioni….
—Non v'illudete, Giovanni: per nessuna misteriosa ragione. Non vi fate di me una figura romantica. Io ero civetta, volgare e cattiva come l'ultima delle donne, ecco tutto.
—No, no, cara donna, non vi avvilite così—soggiungeva lui, colpito dai più bizzarri sentimenti, in contraddizione—io non voglio che vi avviliate. Forse, io fui ingiusto: forse, sono ingiusto ancora adesso. Chi soffre, chi ama, è così facilmente ingiusto.
—Voi siete il più onesto e il più buono fra gli uomini—ella rispondeva, con gli occhi velati dalle lacrime.
Tacevano. Spesso, in quel periodo acuto di reminiscenze, mentre Giovanni si lasciava andare alla immensa consolazione di parlare del suo amore passato, egli intravedeva confusamente, in queste tenere e tristi confidenze, non so quale pericolo. L'intensa attenzione con la quale Clara lo ascoltava, la squisita furberia sentimentale con cui lo interrogava, i suoi silenzii pieni di una repressa emozione, a un tratto facevano risorgere tutti i suoi dubbii e la sua anima sofferente si rigettava indietro, sgomenta di essersi troppo abbandonata. Spesso, diffidente vagamente, egli tentava di togliere il discorso, dicendo che questi ricordi lo turbavano troppo: ma ella l'obbligava, prima con la dolcezza, poi con una certa energia di volontà coperta di dolcezza, a ritornare alla triste istoria. Una sera, in una passeggiata al chiaro di luna, gli disse:
—Ditemi tutto. Forse mai più ci potremo vedere così liberamente e così spesso: forse, fra una settimana, fra un giorno, non ci vedremo più. Dite, dite, che io sappia, che io non muoia senza aver saputo, che qualcuno mi ha veramente amata.