—Potremmo non vederci più, Clara?
—La vita è oscura—ella rispose, profondamente.
Forse, per questo, ella moltiplicava gli incontri, dandogli sempre dei nuovi convegni, ansiosa, affannosa, come se il tempo le fuggisse, come se ella avesse qualche misteriosa chiamata altrove e che la presentisse. Ella arrivava più presto, portando dei fiori nelle mani, come era il suo costume, un po' pallida sempre, sotto le fini velette nere, vestita quasi sempre di nero, piccola, con un viso che si levava verso lui, esprimente una immensa ansietà negli occhi dolci che egli aveva adorato, nella bocca ancora fresca e vivida che era stata la sua adorazione. Si stringevano appena la mano e si mettevano accanto, passeggiando piano, non vedendo nessuno, andando per le vie più strane e più remote, perdendosi per ore intiere, parlando di quel passato che ella evocava, con un motto, con un gesto. E più il tempo trascorreva, più cresceva in lei, in duplice corrente spirituale, un infinito rimpianto per il passato e un acuto rimorso. Di lontano, questo amore di cui ella aveva riso, in pubblico, questo amore di cui ella si era burlata, come una pessima femminetta, questo amore per cui ella aveva avuto il più palese disprezzo, questo amore si faceva più alto, più puro, più spirituale, staccato dal tempo e dallo spazio, sciolto dalla realtà dei fatti. In certe sere, in cui lui la riaccompagnava a casa, sino al portone, non volendo mai salire sopra—non voleva salire, era inflessibile, non voleva metter piede in casa sua—dopo aver ancora chiacchierato a lungo, nell'ombra, ella saliva sopra, così smorta che pareva svenisse. Nella casa non vi era che un sol lume, nella sua stanza da letto; ed ella l'attraversava, questa muta e deserta casa, all'oscuro, a tentoni, guardando nell'ombra. Ma quando giungeva nella sua stanza da letto, ella si gittava sul letto, col capo nascosto nei cuscini, piangendo, singhiozzando, sull'irreparabile:
—Che ho fatto, che ho fatto! Che amore ho perduto, per sempre, per sempre!
Acuto rimpianto e acuto rimorso! Essa, forse, nel furore contro sè stessa, esagerava, dipingendosi come l'anima femminile più turpe comparsa nella gran falange muliebre; ma non era men vero che la esistenza di Giovanni Serra era stata infranta da quella passione infelice, tanto che egli non aveva raggiunto, come il suo cuore e il suo talento meritavano, nè la gloria, nè la felicità: non era men vero che egli era un essere senza molla interna che lo spingesse, senza desiderii e senza speranze: non era men vero che, per questo amore, egli aveva gittato la sua salute, la sua gioventù e la sua fortuna: non era men vero che egli possedeva la più preziosa qualità umana, che è l'onestà, e la sublime virtù che è la bontà. Come non doveva Clara piangere, nella solitudine della sua stanza, tutte le più ardenti e le più amare lacrime su questo amore perduto e su questo cuore infranto? Come non doveva sentire in sè, temperamento mobile e violento, assetato di amore, assetato di felicità, la ribellione contro l'irreparabile?
Invero, si trovava di fronte all'irreparabile: ed era quello che le faceva torcere le braccia, nella notte, quando per tutta una serata ella aveva udito il mormorio dell'amore, al suo orecchio, ma di un amore finito, morto. Giacchè ogni parola, ogni frase di Giovanni Serra, pur restando nella più fine gentilezza da uomo a donna, pur avendo la poesia della tenerezza, diceva a Clara, che egli non l'amava più. Invano ella, con l'animo ansioso—era questa, la sua ansietà—interrogava ogni tono di voce, scrutava il senso riposto di ogni motto, rifaceva, da sola, tutto il loro dialogo, per scoprirvi una sottil luce presente. No, non l'amava più, malgrado la commozione che egli aveva, sempre, nel lasciarla, nel rivederla, malgrado il fascino che subiva, malgrado la gran tenerezza che dominava ogni suo atto. Amore vissuto tanto tempo e così ardentemente e ora sepolto sotto un mucchio di gelida cenere che una mano andava smovendo, mano sapiente che conosceva la storia di quel fuoco e di quella vampa e che la rievocava, sulla fredda cenere. Giovanni non parlava quasi mai del presente, con un atto di finezza d'animo, quasi dolendogli di non poter ancora ardere come prima, quasi sembrandogli un'offesa al suo idolo, la fiamma spenta e le ceneri gelate. Non diceva nulla, ma si capiva così chiaramente, che nulla più, più nulla, non la più piccola scintilla ardeva innanzi alla cara donna, simulacro vano della passione, morto, come la passione era morta. Ed ella, sì, singhiozzava nelle sue notti senza sonno su quella grande fiamma spenta, sentiva di essere passata accanto alla felicità senza vederla, allontanandosene per sempre, ma esclamava, fra l'inutile pianto:
—Ha ragione, di non amarmi più, ha ragione: egli soltanto ha ragione, egli che ha amato!
Ma da queste nascoste battaglie dello spirito che Clara combatteva, con tutto l'impulso di una natura appassionata, sebbene fugace; da questa umiliazione in cui la sua anima era caduta, tanto che parea si prostrasse innanzi a Giovanni Serra; da questo indicibile rimpianto dell'amore, acutissimo in una donna che aveva amato l'amore sovra tutte le cose umane e a cui l'età non calmava l'anima; da questo tormentoso rimorso che si sollevava da tutti gli istinti di giustizia e di equità offesi, sorse dentro Clara una impetuosa volontà di correggere e di vincere il destino. Ella pensò, questo: che era suo dovere morale amare Giovanni Serra, di un amore profondo e devoto che fosse l'estremo della sua vita, e in cui ella prodigasse tutte le ultime e supreme dolcezze del suo cuore; che non solo era suo dovere, ma che era questo il suo desiderio sentimentale più forte, più immediato, più irresistibile; che non solo era un desiderio irresistibile, ma che era, questo amore, la più cara speranza del suo cuore che voleva lavarsi, che voleva purificarsi e diventar nuovo e candido come il cuore del Salmista; che non solo era la sua più cara speranza, ma che era la salvazione della sua dignità di donna, l'assoluzione dei suoi errori trascorsi, la vecchiaia percorsa senza più sentire rimorsi, aspettando serenamente la morte. Sorto dalle ire soffocate e dai profondi disprezzi di sè stessa, questo pensiero di amore l'avea in un baleno soggiogata e tutta l'anima ebbe il calore del metallo in fusione. Nessuna voce interna l'avvertì di non mettersi a questo periglioso passo, nelle sue condizioni, alla sua età, con un uomo come Giovanni Serra: e se talvolta, un nero presentimento la colpì, a traverso le esaltazioni del suo entusiasmo, se il negro presentimento le susurrò che ella si avviava a un errore anche più fatale e anche più irrimediabile degli altri, ella ebbe il cenno disperato di coloro che sono ebbri di sacrificio.
Giovanni non l'amava più: è vero. Che importava? Il suo cuore di donna che ella aveva sentito morto, duro come una pietra, per tanti anni, dentro il suo petto, ardeva di un sentimento dove tutto era elemento di ardore, il rimorso, il rimpianto, la pietà, la tenerezza, il bisogno di devozione, il bisogno di darsi, il bisogno di abbandonarsi. Che importava che Giovanni Serra non l'amasse più? Ella voleva amarlo così profondamente, così piamente, con tanto completo abbandono di ogni amor proprio e di ogni orgoglio, con tanto perfetto oblio di ogni vanità e di ogni altro istinto mediocre umano, che tutto il dolore passato sarebbe pagato da questa immensa abnegazione amorosa. Ella voleva espiare il suo passato, soffrendo come egli aveva sofferto, dando il suo cuore a un essere che non poteva più amarla; voleva espiare di non avere amato, amando senza speranza, solitaria anima che recitava un monologo appassionato e doloroso. In fondo, come per tutti i grandi penitenti, la sua espiazione sarebbe stata anche il pascolo della sua anima. Oramai, la sua esistenza di donna era deserta. Aveva trentaquattro anni: e nell'abbandono in cui era caduta, si sentiva assai più vecchia, incapace di tentare un'altra volta l'ignoto dell'amore. Era stata molto amata, due o tre volte: ma fatalmente, questi amori si erano dileguati, come se mai fossero esistiti: e due volte ella aveva dato il suo cuore, e due volte era stata abbandonata. Esistenza finita, dunque, giacchè le illusioni non risorgono mai dalla loro tomba: e le stanchezze morali sono più forti di quelle fisiche. Che restava a Clara, se non questa ultima speranza di potersi dare a un sentimento vivido e duraturo, a null'altro simile, senza fallacie e senza disfatte? La sua espiazione, quella di voler amare Giovanni Serra, era anche la sua salvazione, giacchè ella sapeva di non poter vivere senza l'amore, un amore qualunque, ma un amore, un amore! Meglio, meglio, se ciò non era un'avventura in un cuore sconosciuto, innanzi a un'anima misteriosa, un'avventura di incerto risultato, ma portante con sè, forse, una disperazione e un'onta novella: meglio, se era l'amare una creatura nota, stimata, ammirata per le sue nobilissime virtù, una creatura senza amore, è vero, ma che aveva saputo amare, ma che si sarebbe lasciata amare, dolcemente, teneramente. L'espiazione sarebbe stata la vita della sua anima ed ella vi si sarebbe buttata con ebbrezza, giacchè quello che più temeva, per sè e intorno a sè, non era il dolore, ma era l'aridità, non era la tortura, ma era il silenzio, non era la passione infelice, ma era l'indifferenza. Un mese prima, ella era immersa nel marasma più profondo, moralmente così misera che non osava neppur dire a nessuno la sua miseria: ella si vedeva già finita, senz'amore, senza amicizia, coi soli legami frivoli mondani, ritenuta per una donna senza cuore—giacchè questa, fatalmente, era la sua reputazione—e gemente intanto nel desiderio dell'amore. Ora, ora, da quel pomeriggio in casa di Anna, ella aveva dato una sublime ragione alla sua esistenza.
Dai grandi occhi spiranti uno strano turbamento, dai subitanei pallori che le coprivano il volto, quando egli appariva, dalle mani che si facevano fredde nelle sue, da certi più prolungati silenzii che regnavano fra loro, dall'imbarazzo crudele di certi momenti, dai sussulti che ella non sapeva reprimere, a certi atti, a certe parole, Giovanni intravide che accadeva qualche grave fatto nell'anima di Clara. Una o due volte, la interrogò: