La donna disciolse il cerchio delle sue braccia, mutamente e ricadde sul letto. Pian piano, nell'ombra egli ne cercò una mano, che giaceva abbandonata sul letto: la strinse, la trovò fredda. Allora cadde in ginocchio, avanti a quel letto, col capo nascosto fra le coltri, singhiozzando senza versare una lacrima, gridando, convulso:

—Ah Chérie, perdonami, perdonami, io soffro tanto, io soffro, io soffro!

E prostrato, con le braccia buttate sul letto, stringendo nervosamente quella mano che si era fatta gelida, con la bocca contro la stoffa della coltre, egli continuò a gemere, a gridare, confusamente, il suo ignoto dolore. Ella non gli disse nulla: aveva distesa l'altra mano e gli carezzava i capelli, così, come a un bimbo che gridi per un male, a cui non vi è rimedio.

—Chérie, Chérie, perdonami, consolami, sono un infelice, sono un miserabile!—seguitava lui, singultando aridamente, battendo la testa sul letto.

—Poveretto, poveretto—disse lei, con un tono vago di pietà, con la sua affascinante voce di canto—Che hai?

—Ho male, ho male, soffro, Chérie soffro come se morissi e come se non potessi morire…

—Dimmi che hai… dimmelo…

—Tanto male, tanto male… Non puoi sapere, Chérie… che male, qui, dentro di me, che mi soffoca…

—Non puoi dirmi il tuo male? Non posso io consolarti, guarirti?

—Vorrei… vorrei che tu potessi!—egli gridò, non osando più nascondere il suo segreto.