—Vi è di peggio. Debbo io dire anche il peggio? Non vi offendete, voi?
—Non mi offendo. Dite.
—Càpitano dei periodi anche peggiori. Sono quelli in cui tutto in voi mi dispiace. Dopo la indifferenza, un senso di disgusto, d'irritazione tutta fisica. I vostri occhi mi sembrano sfrontati, perversi, sempre duri, come se giammai vena di dolcezza li possa attraversare; la vostra bocca ha qualche cosa di odioso, di sovranamente antipatico, nel parlare, nel sorridere; ogni vostro movimento mi sembra volubile o goffo; e tutta voi, per me, mancate di armonia, siete una dissonanza, urtate i miei nervi e vi debbo fuggire, se non voglio essere maleducato, villano con voi.
—Così?
—Così.
—E poi?
—Poi, non so come, giacchè la transizione mi sfugge, viene il giorno, viene l'ora in cui voi, a un tratto, mi riapparite in tutta la vostra seduzione. Sarà, forse, un vestito che vi va bene; un significato più tenero degli occhi; qualche cosa di più mite nel sorriso; una posa più stanca, più abbandonata del vostro bel corpo; un tocco fuggevole della vostra cara mano nella mia… non so! Allora l'antica incantatrice mi prende, mi riprendo ed io sono suo.
—Solo per questo non eravate certo di amarmi?
—Anche per altre ragioni.
—Vi ascolto.