La malìa di quel piccolo Ruggero sta negli occhi. Sono occhi di un nero carico, intenso, vellutato, dall’iride larga e carezzevole, dalla cornea azzurrina, dalle ciglia lunghe e quasi femminili; bizzarri occhi che scintillano di malizia; fieri occhi pensierosi, il cui sguardo che si solleva lento lento, pare che arrivi da lunghe contemplazioni misteriose; languidi occhi seduttori [pg!078] che si socchiudono, come in una stanchezza. Questo piccoletto ha la pelle bruna, di un bruno caldo e fiorente, i capelli piantati rudemente sulla fronte, le sopracciglia nere e sottili, la bocca rossa e viva come un garofano: bruno il collo libero nel colletto alla marinara, brune le gambe nude e nervose. Ma il viso delicatamente ovale è divorato da quegli occhioni singolari che vi turbano, tanto sono dotati di fascino. E dietro la singolarità di questi occhi, che a volte sembrano quelli di una andalusa vivace, a volte quelli di un arabo ravvolto nel burnous, vi è un bizzarro temperamento di fanciullo. Egli non vuole essere baciato: non bacia mai. Se gli parlate come a un bambino, egli vi guarda serio serio, volta le spalle e se ne va. Di giocattoli non ne vuole. Bisogna fargli un bel ragionamento, logico, tranquillo, parlandogli come a un grande: allora vi risponde, quetamente, certe cose profonde che egli pensa. Non provate a raccontargli delle storie, delle fiabe: è lui che ve ne racconta, che le [pg!079] inventa, forse. Si pianta ritto innanzi a voi, concentrato, guardandosi la punta delle scarpe, coll’indice appuntato all’angolo delle labbra, e vi dice sottovoce, come se parlasse a se stesso, la fiaba, la leggenda. Ogni tanto si degna benignamente di spiegarvi qualche particolare—perchè l’orco, alle volte, è buono—perchè quella era proprio una buona ragazza—e continua, allargando i confini del racconto, inventando, fantasticando, come se creasse. Se lo interrompete, si turba, vi dà un’occhiata fra il diffidente e il severo: ricomincia, senza badare a quello che gli avete chiesto. Quello che abbonda in lui è una immaginazione quasi orientale, piena di sogni: è una virilità di volontà inflessibile. Egli vi dice: imparerò a nuotare l’anno venturo, quando sarò proprio un uomo. È il più piccolo fra i due fratellini: ma il più grande, Paolo, è un bambinone biondo e grassoccio, bianco, roseo e liscio come una mela, dagli occhi azzurri e timidi, che parla poco, sorride spesso e se ne sta, placido, placido, [pg!080] lasciandosi proteggere da Ruggero che è il più piccolo. Ruggero dà la mano a Paolo per condurlo a scuola, lo scansa dalle carrozze, lo difende contro il maestro che vuol metterlo in castigo e se lo abbraccia stretto stretto, dicendogli di non piangere.

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Sono due cuginette, non si rassomigliano, ma sembrano una persona sola. Laura ha i capelli di un biondo dorato, in due trecce giù per le spalle: Beatrice li ha d’un biondo cenere, molto dolci alla vista, molto fini al tatto, riuniti in un nodo sulla nuca. Laura ha gli occhi di un azzurrino vivo, un po’ severi, un po’ socchiusi: Beatrice li ha d’un azzurro latteo, soave, molto aperti e molto sorpresi. Laura ha il viso ovale, una bocca di donna, dalle sinuosità di sfinge che tace e non sorride: Beatrice ha le guancie rotonde e come la bocca [pg!081] ride o sorride sempre, tutta gaiezza, le si formano due fossette. Laura ha un piede piccolo, una gamba elegante, la scarpetta con la fibbia e la calza di seta. Beatrice ha il piede lungo e arcuato nello stivalino alto da bambina. Non si rassomigliano: ma l’una non può andare senza l’altra, e chi vede Beatrice desidera di vedere Laura. Vestono di rosa — pallido, di azzurro smorto, sempre eguali: Laura ha un cerchiolino d’argento al braccio, Beatrice un anelluccio, un rubino al dito. Laura è più seria, più malinconica, risponde brevemente, con prontezza, con acutezza di donna: Beatrice è più allegra, più fanciullona, più improvvisamente infantile nelle domande. Laura ama la musica e l’ascolta quetamente: Beatrice si entusiasma della poesia. Laura ha più gusto: Beatrice ha più calore. Quando stanno insieme, si tengono per mano, o vanno a braccetto, le spalle che si sfiorano, le testoline bionde che si avvicinano. E hanno fra loro motti speciali, intonazioni di voce, sorrisi arguti, sguardi fuggevoli, [pg!082] parolette sussurrate, per cui s’intendono a volo. S’intendono e si completano: e sembrano una fanciulla sola, bella, buona, intelligente, una sola anima poetica che abbia preso due forme: Laura — Beatrice.

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[ALLA SCUOLA]

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Aspettavamo i giorni di tirocinio con una ansietà segreta. I giorni di lezione erano monotoni, spesso tristi. Noi studiavamo senza voglia, malamente, con programmi incerti, con professori troppo severi o assolutamente inetti. Eravamo già maestre e l’essere trattate da scolarette ci umiliava, ci stizziva. A casa, qualcuna di noi aveva la povertà, quasi tutte una miseria decente—e chi un fratello ebete, chi un padre paralizzato, chi una matrigna tormentatrice, qualche piaga celata con cura, qualche vergogna nascosta con una nobile pietà, qualche [pg!086] infelicità, qualche ingiustizia del destino, a cui la rassegnazione era completa. Non erano allegri i nostri diciotto anni, e le aride lezioni di aritmetica, di pedagogia, di geografia, finivano col ravvolgerci in un ambiente di malinconia.