Ma il tirocinio ci salvava dalla tetraggine, rompendo la monotonia, dandoci un giorno di pausa. Eravamo trenta e ne scendevano tre al giorno al pianterreno, nelle scuole elementari: così il turno capitava ogni dieci giorni. In questo benedetto decimo giorno, le tirocinanti indossavano l’abito nuovo se lo avevano, e se non lo avevano, mettevano un colletto pulito, un fiocco di nastro per cravatta: si pettinavano meglio, qualcuna si faceva i ricciolini. Entravano in classe alle otto, dicevano la preghiera, segnavano la presenza sul registro, e stavano lì, distratte, con gli occhi trasognati, aspettando le nove per andar giù, mentre le amiche mormoravano:
— Beate voi che andate al tirocinio!
Risalivano alle due, molto riscaldate in volto, [pg!087] coi capelli un po’ arruffati, con gli occhi lucenti, stanche, ma felici, felici di quelle ore passate fra le bimbe, felici di quel primo contatto, di quelle prime lezioni date timidamente, contente di quella nuova dignità conquistata. E narravano alle altre quello che avevano spiegato alle piccine, l’addizione sul pallottoliere, i dittonghi e la maglia di calza: dicevano che le piccine erano tanto carine, tanto intelligenti, alcune tranquille, alcune insolenti, che la maestra titolare lasciava fare tutto alla tirocinante, che insegnare era un po’ duro, ma che infine diventava un piacere. Poi venivano i caratteri delle piccole descritti minutamente: Orefice è buona, ma è stupida e si succhia il mignolo: bisogna tenerla sempre d’occhio — Abbamonte è bellina, ma è zoppa, poveretta, non può fare la ginnastica — Chiarizia è insolente, risponde male e brontola, ma è figlia di un segretario municipale, non si può sgridarla molto. — Tutte quelle che avevano fatto il tirocinio prima di me, mi avevano detto:
[pg!088] — Quando andrai giù, Aloe ti farà dannare.
— Aloe ha un diavolo per capello.
— Se non ci fosse Aloe, la classe sarebbe tranquilla.
— Dovrebbero cacciarla, Aloe: è un demonio di malignità.
— Aloe è terribile.
*
* *