Finalmente andai io: traversai il giardinetto della ginnastica e mi fermai innanzi alla porta vetrata della classe, con una certa trepidazione. Sullo scalino una bimba era accoccolata, col capo chinato; ma non piangeva.
— Che fai qui? — le chiesi, dandomi un tono d’autorità.
— Sono arrivata tardi — rispose a bassa voce, senza guardarmi in volto — e la maestra non ha voluto farmi entrare.
— Perchè non te ne vai a casa?
— Perchè mamma non ci sta, a casa, adesso.
[pg!089] — E dove sta mamma?
— Alla fabbrica del tabacco.
— Come si chiama mamma?
— Si chiama mamma — disse lei, semplicemente, un po’ meravigliata.
— Entra con me in classe; ti farò perdonare dalla maestra il ritardo.