Appena entrai vi fu un movimento precipitoso: tutte quelle piccine — sessanta forse — si alzarono, strillando su tutti i toni:

— Buon giorno, maestra! Buon giorno, maestra!

Credo di essere diventata rossa dall’orgoglio; mi tremava la voce, dicendo alla maestra titolare:

— Buon giorno, signorina. Fate sedere le piccole: vi prego, lasciate che questa qui rientri in classe.

La maestra fece una smorfietta:

— Questa qui è Aloe. Vi divertirete bene — disse.

E volte le spalle, se ne andò a far colazione. [pg!090] Aloe le cavò la lingua, tanto per cominciare. Era una bambina di dieci anni, molto brutta, molto magra, coi pomelli sporgenti, una bocca larga e avvizzita di donna, due occhi grigi e vivi, maliziosi, una criniera nera di ricciolini ruvidi, troppo folti, che pareva le lasciassero il volto esangue. Portava un vestitino di lanetta stinto, le calze di cotone azzurro tutte rattoppate col filo bianco e aveva le scarpe rotte.

— Andate al posto — le dissi — e state quieta.

Ella andò lentamente al banco e stette cinque minuti tranquilla. Ma mentre si diceva l’Avemaria, diede un pizzicotto nel braccio a Cavalieri, che si mise a piangere. Cavalieri era una grassottella, bianca e pienotta, coi capelli castagni, la boccuccia rotonda e schiusa; le fossette nelle guance, al mento, nelle manine; una piega nel grasso del collo, una piega nel grasso dei polsi. Era vestita di flanella rossa, calda calda, con un grembiule bianco ricamato, [pg!091] con le calzette di lana rossa: aveva un panierino elegante per la colazione. Passava il tempo a guardarsi le braccia, a guardarsi le mani, a guardarsi i piedi, a guardarsi le pieghe del grembiule, sorridente e rotondetta, gonfiando il bocchino, non capendo nulla, attirando i baci per quell’aspetto di pallottolina bianca, rossa e pulituccia.

— Aloe, perchè avete dato il pizzicotto a Cavalieri?