— Signora maestra, perchè è troppo grassa — mi rispose, levandomi in volto i suoi occhi di donnina malata e cattiva.

— Cercatele scusa, subito.

— No — rispose, duramente, battendo un piede sul tavolato.

— Andiamo, Aloe, siate buona: le avete fatto male a Cavalieri, Cavalieri piange, chiedetele scusa.

Allora, senza guardare nè me, nè la piccola vicina, mormorò a bassa voce:

— Chiedo scusa.

[pg!092] Cavalieri, rabbonita, lo buttò al collo le braccia grassocce e la baciò sulla guancia. E Aloe si diede a piangere, tremando tutta, singhiozzando, inconsolabile.

*

* *

Per quanto cercassi d’essere imperiosa, non ci riescivo. Quelle creature non ci credevano alla mia durezza, alle mie occhiate burbere, alla voce secca e breve, alle minacce di castighi. Mi sogguardavano, sorridendo; oppure mi chiedevano perdono con certi sguardi supplici — io mi voltava verso la lavagna, per non perdere la gravità. Non era possibile di farle stare tranquille: ogni momento nasceva un nuovo incidente. In quanto a Parascandolo, una bimba sottile, con certi occhi lionati e un nasino dalle nari dilatate, ella mangiava sempre. Prima aveva mangiato il pane della sua colazione, poi aveva cavato di sotto al banco una [pg!093] arancia e l’aveva mangiata; poi si era messa a rosicchiare certe nocciuole che aveva in tasca.