— Parascandolo, voi mangiate ancora?
— Maestra, è un confetto che aveva nel panierino.
Più tardi:
— Parascandolo, finitela di mangiare.
— Maestra, è una noce, me l’ha data Amarante.
E dopo:
— Parascandolo, dite la lezione.
Ella inghiottiva di traverso, diventava rossa, le venivano le lagrime agli occhi, non si raccapezzava, si tastava le tasche del grembiule, a sentire se vi erano certe sementi infornate che aveva comperate. Invece Edwige Santelia sapeva tutte le lezioni, addizionava a tre cifre, faceva le aste bene inclinate, teneva la penna leggermente, senza sporcarsi le dita d’inchiostro. Stava zitta zitta, senza voltarsi alle piccole compagne, guardandomi fissamente in volto con certi occhi timidi, come se volesse interpretare [pg!094] la mia volontà. Feci una quantità di tentativi per confonderla, per coglierla in fallo, leggermente irritata di quella bonomia monotona. Mi rispondeva sempre bene, con una lentezza e una umiltà, senza turbarsi mai. Così fu che mi vinse: e in un momento in cui Aloe aveva cavata fuori la spugna del calamaio, impiastricciandosi orribilmente d’inchiostro, le gridai:
— Aloe, ma non potete star ferma un minuto? Vedete Santelia!
— Ah! quella è Santelia — mi rispose, con un accento profondo.