Lei Aloe non sapeva nulla, non aveva il sillabario, non aveva la penna, non aveva l’abbaco, non aveva il quaderno per le aste. Stava ritta innanzi al cartellone delle sillabe, guardandolo con le mani penzoloni, senza aprire bocca. Una viva espressione di sofferenza le si traduceva sulla faccia smorta.

— Leggete dunque.

— Non so — mormorava — non so.

[pg!095] — Andate a sedere all’ultimo banco e fatevi prestare il sillabario da Tecchia: essa leggerà in quello di Buongarzone.

Perchè Tecchia e Buongarzone, una brunettina pallida e una biondina dagli occhi azzurri, stavano sempre accanto, leggevano nello stesso libro, intingevano la penna nello stesso calamaio, avevano una sola cartella. Capitavano alla scuola, tenendosi per mano, serie serie. Quando Tecchia non sapeva la lezione, neppure Buongarzone la sapeva: quando Buongarzone andava in castigo, Tecchia piangeva sommessamente, sino a che non si mandasse in castigo anche lei. Alla ricreazione passeggiavano a braccetto, senza parlarsi. Facevano colazione insieme, senza far rumore, in un angolo di banco, rosicchiando come due sorcetti. Quando Tecchia andava al pallottoliere, Buongarzone restava fremente al banco, cercando di suggerire, di aiutare l’amica:

— Tecchia — settantatre e otto?

E Buongarzone soffiava, chinando gli occhi, per non farsi scorgere:

[pg!096] — Ottantuno.... ottantuno.

Si capivano fra loro, senza dirsi nulla. Ogni tanto scoppiavano a ridere, di accordo, non si sa perchè, pigliandosi per mano. Poi, si scambiavano le loro riflessioni:

— L’abbaco è scucito.