— Che favore?
— Dite prima, che ce lo fate.
— Se non so che cosa è....
— Maestra, ce lo potete fare.
— Dite dunque.
— Maestra, vogliamo sapere come vi chiamate.
Dissi in fretta il mio nome e subito un coro di esclamazioni:
— Oh che bel nome che avete, maestra! Beata voi che avete questo nome.
[pg!098] Ma in questa ora, quella scarna di Aloe, dagli occhi febbrili, fece quante impertinenze possono frullare in una testolina stravagante: stracciò un quaderno, tolse una scarpa a Parascandolo, si ficcò uno spillo tra due denti che non si poteva più cavare, sventrò il cuscinetto di un banco, ruppe un vetro e si ferì una mano. Niente ci poteva: si rideva delle sgridate, si rideva del castigo, andava in un angolo, ballava la tarantella e faceva le castagnette con le dita, si buttava per terra, faceva le capriole. Frenarla non era possibile. In certi momenti mi veniva da schiaffeggiarla: in certi altri mi salivano le lagrime agi occhi. Ella era indomabile.
— Aloe, se non state un po’ tranquilla, chiamo la direttrice e me ne vado su — le dissi placidamente.