— Ma me, non m’hai chiappato — gridava Adelina, spuntando di dietro a Mariagrazia.

— T’avevo vista, ma non t’ho voluta prendere — diceva lui, sdegnoso e trionfante.

Sino a che un giorno, a questo malizioso e dispettoso Michele, pensammo di giocargli un tiro. In un granaio pieno di quadri vecchi e di mensole del primo Impero, vi era un canestrone rotondo, alto tre metri, come due botti di vimini, una sovrapposta all’altra. Ci si metteva [pg!043] la biancheria sporca. Per entrarvi dentro lo facemmo traboccare per terra, e vi entrammo, in sei, come nella bocca di un forno: poi premendo sul fondo, lo facemmo rialzare e restammo immobili, in fondo a questo pozzo rotondo. Ridevamo fra noi, perchè certo Michele non ci avrebbe mai trovati. Stavamo allo stretto, uno addosso all’altro, ma felici di aver burlato Michele. Appena Adelina si lamentava che le doleva un piede, qualcuno le mormorava:

— Zitto, bestia! ci farai scoprire.

Passava il tempo. Michele non veniva.

— Non ci trova, non ci trova — dicevamo sottovoce, ridendo.

Poi, cominciammo a seccarci. Poichè Michele non ci trovava, era meglio uscire di là e andargli a dire che era uno scemo, uno scemone, che gliel’avevamo fatta. Ma che! Noi premevamo sul fondo e il canestrone rimaneva ritto, con le sue pareti alte come quelle di una torre: non sapevamo rovesciarlo più, per uscirne. Le pareti contro cui battevamo per farlo voltare, [pg!044] scricchiolavano, ma noi pesavamo troppo sulla base. Prima ci guardammo tutti spaventati: poi Adelina pianse e strillò: poi piangemmo e strillammo tutti. Dopo un quarto d’ora di questa desolazione in fondo al canestro, vennero a liberarci Mariagrazia e Concetta, le serve, che rovesciarono il canestro e ci trassero fuori, esse ridendo, noi piangendo. Ma il più terribile dell’avventura fu questo: che quell’infame di Michele era venuto piano piano nel granaio, aveva capito che noi eravamo nel canestro e se n’era andato placidamente, prevedendo la nostra impossibilità di uscirne, a far merenda con un pezzo di pane e una fetta di prosciutto. Egli pel primo e poi tutti i parenti si burlavano di noi, anche lo zio cancelliere che era così serio, anche zio Gabriele che era paralitico. Fu una sconfitta famosa.

La mosca cieca veniva dopo. Tutto lo studio era di stringere bene il fazzoletto sugli occhi a quello che stava sotto e poi domandargli:

— Ci vedi?

[pg!045] — No.