— Di’: quanto voglio bene a mammà, non ci vedo.
Ed egli giurava, e cominciava a brancolare, mentre noi scappavamo, facendo scambietti, capriole, accovacciandoci, sfuggendo come anguille: fra le risa convulse scoppiava il grido:
— Ci vede, ci vede! il giuoco non vale!
Poi, egli ne acchiappava una che si dibatteva, tenendola stretta:
— Chi è? Chi è?
— È Clelia.
— Bravo, Peppino, bravo! è Clelia!
Clelia andava sotto. Ma alla semplice mosca cieca noi ne preferivamo una più complicata, quella con la spazzola. I bimbi e le bimbe si prendevano per la mano e facevano un circolo attorno a Clelia, ritta in mezzo, bendata, con la spazzola in mano. Dopo aver fatto due o tre giri in modo da confondere le idee di Clelia, ci fermavamo, tenendoci sempre per mano. Allora ella si accostava a una e cominciava a [pg!046] passarle delicatamente la spazzola sul viso, sul collo, sui vestiti. La spazzolata si inchinava avanti, si piegava indietro, si inginocchiava per non farsi riconoscere e fremeva di non poter ridere, per non fare sentire la sua voce, e si contorceva tutta, mentre gli altri erano convulsi di risate taciturne. Dopo avere molto spazzolato, Clelia pensava un poco e diceva:
— Ha il nastro nei capelli: è Cristina. E tutti scoppiando:
— Ma che Cristina, che Cristina! Giro, giro, giro!