«Dunque, parto. Sola. Quando sarò stata due o tre giorni a Torino e avrò fatto perdere le mie tracce a chiunque potesse cercare di me, partirò, per le Alpi. Io andrò, piano piano, senza affrettarmi, ma senza fermarmi mai, prima sulle praterie coperte di brina, ma ancora tutte verdi e tutte fiorite; poi salirò, fra la neve, alla montagna. So che voi odiate la montagna. Tutto ciò che è serenità delle cose e vivificazione dello spirito, tutto quello che serve a dar forza alla fibra e coraggio alla volontà, voi lo odiate. Voi siete realmente l'uomo di Oriente, quello che ama vivere, sdraiato sopra un divano, ascoltando il canto di una fontanina di profumi, guardando dalla grande finestra spalancata, l'oleandro roseo e il mare azzurro. Voi siete l'uomo d'Oriente, coi suoi lunghi sogni dove scomparisce ogni senso del reale, con le sue indefinite contemplazioni, dove si smarrisce il concetto e la forza dell'azione: l'uomo egoista, e fiacco, e cattivo, e felice, nello stesso tempo. Oh come aveva sognato, anche io, di vincere in voi l'indolenza dell'uomo orientale, di rendervi meno egoista, più buono e tenero e benigno, meglio felice! Oh, come ho odiato tutte le cose che spezzano la volontà e corrompono il carattere, le rose profumate, i cuscini soffici, le molli sere di primavera e di autunno, il grande mare azzurro che conduce al sonno, alla immobilità! Ma non ho potuto vincerle, tutte queste cose, esse sono troppo forti, troppo forti in voi, e mi hanno vinta. Avrei voluto darvi l'amore della montagna, dei suoi bianchi fiori vellutati, dei suoi negri abeti, dei suoi temporali subitanei, delle sue valanghe ruinose, spettacolo immenso. Ma voi odiate il freddo, odiate il movimento, la neve vi immalinconisce e i ghiacciai vi danno l'idea della morte. Anche a me l'hanno data.
«Così, me ne vado alla montagna. Chissà dove andrò e quanto resterò lassù! Ma io troverò una buona guida, una guida valorosa che mi accompagni, fra i ghiacci eterni. Andremo errando, insieme, per la montagna, sulle erte cime e nelle vallate profonde, dove la voce umana pare un fenomeno meraviglioso: andremo per le vie cattive, rasentando i precipizii, affrontando tutti i pericoli. Non temete per me: nulla d'impensato può accadermi. Io voglio morire pensatamente, tranquillamente, se è possibile, nel giorno e nell'ora che ho fissato. Voglio inebbriarmi, sulla montagna, di solitudine, di grandezza, di sublimità. Voglio inginocchiarmi sulla neve e chiedere perdono, a Dio, di quello che commetto. Voglio dirgli, nell'umiltà della preghiera, che non posso fare altro che morire, poichè vi amo e poichè voi non mi amate. È un grave, gravissimo peccato il suicidio: e le anime cristiane, come la mia, dovrebbero averne un santo orrore. Ma voi non mi amate: io lo dirò a Dio, sulla montagna. Come Mosè, io lo invocherò e gli dirò il mio dolore: egli deve perdonarmi, perchè io non posso vivere, poichè voi non mi amate.
«Dio deve perdonarmi. Quando avrò abbastanza pregato, abbastanza pianto, quando avrò detto, all'eco della montagna, perchè muoio, nell'ora migliore, io andrò alla morte. La montagna è piena di abissi e ogni passo falso, un sol passo falso può condurmi alla morte. La guida, accorrente, esterrefatta, vedrà precipitare il mio corpo nella valle, dalla neve, fra le nevi: e quando vedrà che nulla può fare, sola, per ritrovare almeno il mio corpo, tornerà, correndo, all'asilo più vicino: e intanto su me, morta, fioccherà larga e pura la neve. Dall'asilo, dal villaggio più vicino, verranno i buoni montanari con le ascie, con le pale, incappottati nei bruni e caldi mantelli: li seguiranno le loro donne, buone, che accorrono sempre, dove è una disgrazia. Porteranno con sè la rustica, la poetica barella fatta di tronchi d'albero: sono abituata alla montagna, io, ho visto la barella dei morti. Per le vie meno pericolose, mentre l'aria già imbrunisce, discenderanno nella valle: e delicatamente, con cure amorose, metteranno il corpo della morta sulla barella, e al lume delle torce, poichè sarà già venuta la notte, la mesta processione si avvierà all'asilo: porteranno la morta al grande albergo, che la vide partire svelta, tranquilla, coraggiosa, piena di forza e di salute, e ora vedrà rientrare un viso bianco, macchiato di sangue, un corpo sfracellato. All'albergo tutto sarà in ordine, nella mia stanza: le mie carte, per provare chi sono: il mio testamento, con cui lascio la mia fortuna ai poveri di Londra, vecchi e fanciulli, uomini e donne. Mi seppelliranno, secondo la mia volontà, non nell'umida, brumosa, soffocante Inghilterra, ma nel cimitero coperto di neve, sulla montagna coperta di neve. Io merito questa tomba di purezza. Nessuno saprà, prima, o dopo, che io mi sono uccisa. Voi soltanto.
«Sentite, Francesco — sì, voglio chiamarvi per nome — il segreto della vita, è l'amore. Credo così profondamente in questa verità, che nulla per me esiste, fuori dell'amore: tutto è illusione, tutto è chimera. Forse anche l'amore è una illusione: dice lo scettico. Che importa! È la più bella, la più grande delle illusioni; e la sua perdita è irrimediabile. Nulla si può mettere al posto dell'amore: nè la tormentosa ambizione, nè la pazzia del giuocatore, nè la dolce passione mistica: nulla vale l'amore. Dico un sacrilegio, forse? Nulla, nulla. Nè i piaceri della vanità, nè la voluttà del lusso, nè le gioie sapienti della intelligenza, nè i trionfi della bellezza, nè le seduzioni dell'arte; nulla vale l'amore. Non credete che io sia una fanciulla audace e peccaminosa; vi dico queste cose, purissimamente, nell'ora della morte. Tutto mi è assolto, da questo abbandono che faccio, senza esitare, a venti anni, della vita. Oh, Francesco, se conosceste che è l'amore, voi direste che ho fatto bene a morire. Poichè, mentre non sapevo far altro della mia esistenza, che amarvi, voi non mi amavate, non mi amate. Non vi hanno insegnato, Francesco, che cosa è l'amore: nè voi avete cercato mai d'impararlo. Non sapete nulla, non conoscete nulla. Siete voi felice? Pare. Chi ne sa niente! Voi stesso non potete dirlo. Forse, mancandovi la grande scienza, vi manca il grande desiderio. Oh, io ne muoio, di desiderio d'amore! Non mi fraintendete. Sentitemi bene.
«Sentitemi, poichè non vi ho mai detto questo. Io vi ho amato subito, così, nel primo momento che mi avete guardata, nel primo momento che mi avete parlato: e voi lo avete inteso, subito, poichè siete certo abituato ad essere amato, poichè, anche non avendo mai amato, conoscete negli altri l'amore. Io, non ve l'ho detto. A noi inglesi il temperamento, l'educazione, l'ambiente, l'esempio, ci creano un carattere di un sol pezzo, un carattere duro e forte, che non mente e che non tollera menzogne, che non è flessibile e disprezza la flessibilità altrui. Io, poi, sono stata avvezza anche più duramente, perchè non aveva padre e madre, perchè il mio tutore è morto anche lui e a sedici anni amministravo di già la mia fortuna, leggevo quel che volevo, potevo viaggiare dove mi piaceva, discorrere, ascoltare, amare chi volevo. E freddamente, io ho voluto conoscere che cosa era la vita, da me, per vivere felice, o per morire, se non potevo esser felice. Io ho visto che solo l'amore era il segreto, e che quel segreto, cercato, ritrovato, invocato e ottenuto, poteva riempire la mia esistenza delle più grandi emozioni. Ero assai fredda, assai tranquilla, allora, quando faceva questi ragionamenti psicologici: e andava formando la mia educazione umana, lentamente, per non cadere nell'errore. Ero così fredda, che potevo scrutare nei cuori umani, come nel mio, e leggervi l'egoismo, lo scetticismo, la indifferenza: e leggervi, peggio, la volgarità, il calcolo, la venalità. Non volevo legare la mia esistenza nell'amicizia o nell'amore, che per l'amore: non volevo darmi a chi non mi amava. Voi lo avete conosciuto, Guido Arezzo? Siciliano, bruno, ardente, pieno d'immaginazione, col sangue bruciante, che gli bruciava le vene, egli diceva di avere una furiosa passione per me, che ero inglese, bionda, pallida, anemica, glaciale. Egli ha dato le dimissioni, egli andava, alla messa, per vedermi: egli aveva la parola calda e la frase prorompente; era ricco quasi quanto me, e libero, e giovine, e nobile: tutti mi dicevano che egli mi amava e che io doveva sposarlo. Ma non mi ha convinta, mai un minuto, perchè io sentiva il vuoto dell'anima sua, sotto le sue parole, perchè io vedeva, passata la vampa fugace, tutto un avvenire glaciale, una unione di due persone che tutto divideva, il carattere, la nascita, lo spirito. Oh, se ci fosse stato l'amore! Ma, come Guido Arezzo, neppur voi mi amavate, l'ho subito visto, l'ho sempre visto.
«Eppure, come la parola vostra era soave, quando dicevate di amarmi, Francesco! Vi rammentate, questo inverno? Dopo il ballo di casa Sutri, il giorno seguente, alle tre, veniste a casa mia così, liberamente, senz'avvertire e senza chiedere il permesso, poichè sapevate che le fanciulle inglesi ricevono liberamente qualunque giovinotto. Io leggevo nel grande hall, innanzi all'immenso camminetto, dove ardeva un gran fuoco: ma fuori, nelle vie, e penetrante dalle finestre larghe nell'hall, vi era ancora il sole. Leggevo il Tennyson, vi rammentate, il poeta dei pallidi e gracili amori: Tennyson, che voi non intendete. Mi faceste leggere qualche strofa ed io obbedii; poichè quello che voi volete, io voglio: ma non ascoltavate e tacqui. Voi eravate perduto nel silenzio, nei sogni. Infine mi diceste che bisognava leggere Goethe, leggere il Faust, il Faust dove è passata l'orma di uno spirito quasi divino; che solo Faust era il poema dell'amore, che solo Margherita aveva saputo amare.
« — Ma Faust amava Margherita — ho detto io.
« — Sì, Faust amava Margherita — mi avete risposto, profondamente.
«Imbruniva. Mi guardavate, dopo avermi detto che mi amavate. Oh, dolcissimo inganno! Che minuto lungo, in cui io sentivo la dolcezza e sentivo l'inganno! Io non dissi d'amarvi. Voi lo sapevate. Quando stringeste la mia mano era gelida. Ve ne andaste. Da quell'ora ho sentito che dovevo morire.
«Poichè invano, invano mi avete detto, innanzi alle stelle del cielo e fra le rose del mio giardino, innanzi alla chiesa del villaggio dove ci siamo trovati insieme, nell'estate, e sul mio libro di preghiere, dove avete appoggiato la vostra mano, invano avete ripetuto le sacre parole, le sante parole dell'amore, quelle che si dicono veramente, una sola volta, l'unica volta. Voi mentivate soavemente: ma io, anche amandovi, intendevo, intuivo, sentivo la menzogna, non avevo neppure più il primo minuto della illusione, avevo il senso glaciale della verità, nuda, implacabile. Oh, come ho pianto, come ho singhiozzato, come ho chiesto al Signore la fede, la felicità dell'illusione, come avrei voluto poter credere, senz'altro, ciecamente, a quello che mi dicevate! Come avrei voluto, non che fosse la verità, ma che io potessi credere quella la verità! Ma era inutile: la profonda passione e il profondo desiderio del vostro amore non mi toglievano la lucidità. Sentivo l'anima lontana; sentivo fra me e voi l'ostacolo, ignoto, ma forte, ma insormontabile. Se mi aveste amato, ora non andrei alla morte.