«Se mi aveste amato, lo avrei inteso e avrei vissuto, per questo: perchè, quando si è amati, bisogna vivere. Non so quello che sarebbe accaduto di me. So che avreste potuto chiedermi tutto ed io lo avrei fatto: o non chiedermi nulla, e io avrei egualmente fatto tutto. Sarebbe piaciuto al mio dolce signore avere una sposa umile e fedele, amorosa e devota, legata a lui, nel nome di Dio e nel nome degli uomini, una sposa per il bene come per il dolore? Io sarei stata quella sposa. Piacea forse al mio buon principe avere una amante leggiadra, intelligente, e appassionata, una donna perduta nella grandezza dell'amore, non conoscente più altro che l'amore? Io sarei stata quell'amante. Piaceva al mio bel signore lasciarmi e ritornare a me, andar lontano, essere un giorno amoroso, un giorno gaio, l'altro triste? Io sarei stata come lui, per lui. Niente mi sarebbe stato ingrato, per lui. Oh, felice, felice, il peccato, nell'amore, quando l'amore vi è, intenso, profondo, unico! poichè l'anima finisce per purificarvisi tutta, per perdere ogni bassezza, ogni volgarità umana. Sono sacrilega ancora, lo sento. Ma l'amor vostro, Francesco, pensate, l'amor vostro, voi che non amate nessuno, voi che non amate niente!
«Niente. Tutto è finito per me. Sono scolorate tutte le più vivide cose dell'esistenza: e le linee, i colori, le forme si confondono in un gran bigio monotono, dove non riluce tinta, dove non freme vita. Non voglio più niente, non mi piace più niente, non debbo più vivere. Voi non mi amate. Ora, la Indifferenza, vedete, la invincibile Indifferenza mi uccide. Sono fiera, non posso sopportare nè la freddezza, nè la pietà, nè la compassione: non mi contento nè della stima, nè dell'amicizia, nè dell'affetto. Sono fiera. Non me ne fo rimprovero. Voglio la vita come la merito, completa, piena di amore, piena di ardente, incandescente amore: non la voglio, fondata sulla bugia, sulla scambievole indulgenza, sul perdono. Avevo un ideale, lungamente invocato, invocato con tutta la potenza della mia giovane anima e questo ideale mi sfugge. Io vado a ritrovarlo di là.
«Restate sereno. Ognuno, attraverso il tempo, attraverso le cose, ha la sua parte, talvolta, semplice, talvolta bizzarra, talvolta inconscia. Che sapete voi, del male che fate? Voi non misurate, perchè vi manca la nozione dell'amore, e ve ne manca la misura. Il solco che scavate, vi sfugge. Dite le parole di amore, così, come il dilettante canta a orecchio, perchè avete una bella voce, perchè la musica delle parole amorose fa in voi stesso un gran diletto, perchè vi piace ingannare, senza sapere il pericolo dell'inganno, perchè voi stesso siete forse in buona fede, credendo di amare. Restate sereno. Io muoio, perchè troppo alto era il mio semplice e puro ideale. Io voleva essere amata: ciò che è dato all'ultima donna della terra non mi è stato concesso. Vi rammentate? In casa Sutri, mi avete parlato di Siebel che non potea toccare un fiore, senza farlo appassire; mi avete parlato di Faust, ma Faust amava Margherita; voi siete dunque Mefistofele, lo spirito che non può amare. E io devo morire. — Margherita.»
Don Francesco, quietamente, ripiegò i foglietti sottili, lievissimi, dove miss Daisy aveva scritto le sue ultime parole, rimise i foglietti nella busta e la busta sul tavolino. Le due lettere, di donna Clara e di Margherita, si toccavano. E mentre riaccendeva la sigaretta spenta, don Francesco vedeva nel bianco, finissimo fumo una bella testa bruna coronata di fiori d'arancio, ma portante negli occhi neri una insanabile disperazione, vedeva una testa bionda, dai biondi e smorti capelli, dalle labbra scolorate, una testa macchiata di sangue, dalle palpebre livide e dalla bocca chiusa per sempre. Egli suonò di nuova e chiese al cameriere:
— Sapete a quale ore parte il diretto, per Torino?
— No, Eccellenza; ma ora glielo saprò dire.
Col dito mignolo, il principe scuoteva la cenere dalla sua sigaretta, pensoso, ma tranquillo: pure, innanzi agli occhi, vedeva sempre un profilo di fanciulla bruna, profilo purissimo, ma pieno di malinconia, come assottigliato e consumato da un malore spirituale: vedeva sempre una linea vaga, di fanciulla bionda e gracile, vestita di bigio, che saliva, lentamente, a una immensa montagna bianca, per uno stretto e ruinoso sentiero.
— Alle due e cinquanta, Eccellenza — disse, rientrando, il cameriere.
— Bene: fate preparare le valigie: parto con quel treno.
Ma quando il cameriere fu uscito, per togliersi a quelle strane apparizioni, egli prese la terza lettera, la busticina dove vi era soltanto un biglietto da visita, e che due volte aveva tentato di leggere, per una bizzarra idea, attraverso la busta. Apri questa volta. Era un biglietto che portava questo solo nome: Maria. E Maria scriveva, semplicemente: