«Oggi, portatemi una rosa.»

III.

Il piccolo coupè di don Francesco, fermato innanzi alla villa Nada, al Macao, innanzi al cancello stranamente ornato, era pieno di rose. Don Francesco era andato dapertutto, per trovare queste rose: dai fiorai più ricchi di fiori, ne aveva trovate pochissime, tutte fredde, tutte scolorate, tutte mangiate dalla brina, come bruciate, con gli orli già nerastri della morte. Era andato al Pincio, dove, al sole caldo, la Zamperini ha la sua serra: ma le rose erano piccole e come gelate. Infine era andato a villa Savella, fuori porta s. Paolo, dove la povera folle di casa Savella, donna Lucrezia Savella, l'ultima di casa Savella, colei che languiva in una dolce e molle follia, coltivava il gran giardino, tutto rose. Ogni tanto, pietosamente, gli amici di casa Savella andavano a passare un quarto d'ora con la pazza, che li conduceva subito in giardino, fra le rose, fra i profumi. Era una creatura di quaranta anni, magra, magra, vestita di nero, con un gran grembiale di cotonina azzurra, per non sporcarsi di terriccio.

— Volete delle rose? — disse donna Lucrezia Savella, con la sua voce gutturale.

— Una soltanto.

— Anche venti, anche cinquanta.

E la folle si mise a tagliarle, con un coltellino sottile, e ne raspava gli steli per toglierne le spine: e le buttava leggermente a don Francesco.

— A chi le date? — A una persona che vi vuol bene?

— No, donna Lucrezia.

— Allora, a una che amate?