— Sì.

E se ne andò, carico di rose, empiendone il piccolo coupè, non osando muoversi per non schiacciarle. Villa Nada taceva sotto il sole d'inverno. Entrò nell'immenso salone terreno, stranamente diviso, dove donna Maria di Lanciano si dondolava in una grande poltrona, guardandosi le punte delle scarpe, ricamate in oro e di rosso. Ella era vestita di una ampia tonaca di lana bianca, senza forma alla cintura, vestito monacale, quasi ieratico, quasi bizantino: le maniche erano doppie — strettissime le prime, abbottonati i polsi da bottoncini di oro; ampie le seconde e ricadenti sulle spalle. I capelli neri rialzati sulla nuca, in gran disordine, attraversati da un pugnaletto di acciaio: alle delicate orecchie pendevano due enormi smeraldi, che, battendo sulla fine pelle del collo, la rendevano rossa.

— Quante rose, quante rose, Francesco! — disse ella, levandosi e accorrendo a lui.

La tonaca si era distesa, con pieghe rigide, come nei vecchi mosaici. Con le piccolette mani, che sparivano sotto la punta angolare delle maniche, ella prese le rose, a fasci, levandogliele, caricandosene, scomparendo dietro a quel fascio che le posava sul petto. E, girando per il salone, ne buttava dappertutto: sui divani, dove le rose nascosero le scintillanti stoffe orientali, dai colori pieni di passione: sulle seggiole coperte bizzarramente di trina d'oro e di trina d'argento: sul tappeto smirniota, dai piccoli fiori, sui tavolini dove caddero fra le singolari cose che il lusso dell'Estremo Oriente manda dovunque vi sia uno spirito strano, innamorato delle forme artistiche. Era una pioggia di rose fresche, vivide. Donna Maria di Lanciano, quando ebbe buttata via l'ultima rosa, si gittò sulla grande poltrona e dondolandosi, col capo arrovesciato, schiacciava le rose sotto i bastoni ricurvi della poltrona. Don Francesco, seduto accanto a lei, sopra una seggiola bassa, aveva preso una mano sottile, sottile, dove scintillava, attaccato a un impercettibile filo d'oro, un enorme smeraldo, verde come gli occhi della dama.

— Siete stato a casa Gallicano, ieri sera, Francesco; — domandò ella, con voce bassa, velata, profonda.

— Sì... — mormorò lui, distratto, preso dalla adorazione di quella molle mano.

— Avete ballato?

— No.

— Giuocato?

— No, non giuoco.